L’etichetta Promu Label rilascia il suo 25° album con un progetto incentrato sul clarinetto in dialogo con le sonorità dell’orchestra d’archi, nato dall’incontro artistico di Gabriele Mirabassi, il clarinettista italiano più conosciuto a livello internazionale e i giovanissimi musicisti del Metaphora ensemble: lui si muove con uguale disinvoltura nella musica classica e nel jazz e nella sua lunga carriera ha collaborato sistematicamente con artisti di ambiti eterogenei, partecipando a progetti di teatro, danza, canzone d’autore, musica brasiliana… loro hanno scelto un nome che deriva dal greco antico, composto da meta e phoreo, che insieme significano portare oltre, fornendo una sintesi della visione del gruppo che si traduce nella volontà di spingersi al di là dei confini tradizionali della musica.
In questo già originale connubio si inseriscono tre compositori che con Mirabassi hanno più volte incrociato i destini artistici, due di loro sono genovesi come Pietro Leveratto, contrabbassista, compositore e scrittore presente sulla scena del jazz italiano sin dalla fine degli anni Settanta e Marcello Fera compositore, violinista e direttore d’orchestra attivo anche nell’ambito dell’improvvisazione e della canzone popolare, mentre Germano Mazzocchetti è un noto compositore abruzzese autore di musiche di scena, cinema e televisione.
L’album, si apre con i tre movimenti del Concerto “Superstite è il sole” di Germano Mazzocchetti scritto in un linguaggio che attinge a sonorità popolari inserite in una struttura che si rifà alla forma classica del Concerto e che raccoglie anche la sua pluriennale esperienza di musicista di scena, a cui segue il brano “Cyberphonia” di Marcello Fera per clarinetto e archi dedicato alla memoria di Valentino von Braitenberg, fra i pionieri delle neuroscienze e della cibernetica, e prosegue ancora con tre brani di Pietro Leveratto che costituiscono un piccolo concerto commissionatogli dal festival Sonora di Merano.
L’album si chiude con una composizione dello stesso Mirabassi dedicata alla città di Gorizia, capitale della cultura 2025.
Intorno a me
Gabriele Mirabassi, clarinetto solista
Metaphora Ensemble, orchestra d'archi
Tracklist:
01 - Superstite è il sole - I mov. Andante con moto - Allegro vivace (di Germano Mazzocchetti)
02 - Superstite è il sole - II mov - Andante tranquillo (di Germano Mazzocchetti)
03 - Superstite è il sole - III mov - Con brio (di Germano Mazzocchetti)
04 - Cyberphonia (di Marcello Fera)
05 - Any more has been less (per Artie Shaw) (di Pietro Leveratto)
06 - Jimmy Hamilton Blues (di Pietro Leveratto)
07 - Tiento para Sidney Bechet (di Pietro Leveratto)
08 - Intorno a Gorizia (di Gabriele Mirabassi)
Registrato a Roma, Spazio Rossellini (2024)
Durata: 57 minuti
Prodotto da Promu
Numero catalogo: PRM - 108
Note di Gabriele Mirabassi
Se mi volto a guardare il cammino che ormai in oltre 4 decadi ho compiuto nella musica, vedo un andirivieni disordinato di percorsi, tornanti, vicoli ciechi, strade secondarie, sentieri di montagna... mai un rettilineo e men che meno una autostrada!
Sembra descrivere le traiettorie di uno che scappa, o per usare una parola vecchia tornata tristemente di moda da poco, di un clandestino. Mi rendo conto adesso che forse proprio di questo si é trattato... ma scappare da che? Dalla figura tradizionale dell'interprete, alla quale mi ero addestrato con dedizione e passione ai tempi del conservatorio, e da tutte quelle tappe che sembravano obbligate e ineluttabili a chi come me aveva cominciato gli studi da ragazzino, fatte di studi di perfezionamento, audizioni, concorsi, orchestre, didattica...
Mi sono chiesto allora quale forza sia stata così potente da innescare un così forte istinto di fuga e adesso la risposta per me è chiara. L'incapacità di aderire esistenzialmente allo studio esclusivo di un repertorio così limitato come quello del clarinetto, formato sì da una manciata di capolavori assoluti, da un'altra decina di pezzi di indiscutibile valore, e da una infinità di cose anche belle, ma interessanti solo per chi il clarinetto lo suona, e non certo per chi la musica la frequenta per quello che è: un luogo privilegiato in cui la nostre vite diventano più belle, colorate, vibranti di umanità ed emozione (ci tengo a sottolineare la parola incapacità: sto parlando di un limite, non di una rivendicazione orgogliosa!)
Troppo poco per dedicare a questo un’intera esistenza. Insomma non sono mai riuscito a fare del clarinetto una finalità, ma lo ho sempre relegato al suo essere strumento per fare qualcosa che mi facesse stare bene…musica nella quale potessi riconoscermi intero, che non fosse solo dimostrazione di abilità, ma che toccasse delle corde mie, che parlasse di posti dove sono stato, di gente che ho conosciuto, di profumi su per il naso, di colori che ho visto, di cose che non posso e non voglio dimenticare.
Tanti sono i luoghi che ho attraversato, alcuni sono stati rifugi sicuri, come il jazz o la musica del Brasile, dove sono rimasto tanti anni e nei quali sempre ritorno, altri più o meno di passaggio, come la musica popolari italiana e non solo, l'improvvisazione radicale, la canzone d'autore, la musica di ricerca e avanguardia. In ognuno ho trovato un pezzo di identità musicale.
In questo percorso sono tantissimi gli straordinari musicisti che ho conosciuto, e in alcuni di loro riconosco forte questa mia stessa attitudine al viaggio clandestino, all'appetito musicale onnivoro, alla laicità dell’approccio stilistico, alla gioia sensuale della musicalità pura, alla difficoltà di appartenere ideologicamente ad una tribù esclusiva.
Germano Mazzocchetti, Pietro Leveratto e Marcello Fera sono tre di loro. Con tutti e tre ho condiviso in periodi diversi significativi pezzi di strada insieme e sono stati la scelta naturale quando ho cominciato a pensare che una delle responsabilità alle quali uno strumentista non può sottrarsi è quella di continuare a contribuire alla crescita del repertorio.
In fondo è sempre stato così. Se col clarinetto si possono suonare i capolavori di Mozart e di Brahms che tutti conosciamo, è perché strumentisti della loro epoca glieli hanno chiesti.
Una figura fondamentale per il repertorio clarinettistico novecentesco è per esempio quella di Benny Goodman, che ci ha regalato capolavori di Poulenc, Bartok, Copland e tanti altri. Lungi da me la tentazione di immodesti paragoni, semplicemente penso che questo sia parte del nostro lavoro, così come suonare al meglio il nostro strumento. Il fatto di aver contribuito nel mio piccolo a far nascere questi pezzi, a disposizione di chi auspicabilmente vorrà suonarli è enorme, così come la gioia di condividere attraverso di loro il suono che il mio mondo porta con sé, quello che vorrei che i miei contemporanei ascoltassero.
Note su “Superstite è il sole” di Germano Mazzocchetti
Conosco personalmente Gabriele Mirabassi dal 2003, da quando, cioè, lo coinvolsi in una mia riscrittura jazzistica di “Feste romane” di Respighi a Villa Borghese. Avevo ascoltato e amato parecchi suoi cd, soprattutto quelli della Egea, e fu tra i primi a cui pensai nel momento di comporre l’organico. Da allora è nata una frequentazione piuttosto assidua, tanto che scrivere un Concerto dedicato a lui è stato uno sbocco consequenziale.
Ora, comporre un Concerto per Mirabassi è diverso dallo scrivere per un altro clarinettista, perché le sue straordinarie doti di improvvisatore non possono essere misconosciute. Quindi bisogna pensare a una scrittura che innesti in modo fluido, “discorsivo”, l’impalcatura obbligata della partitura a una costruzione che si armonizzi con la libera invenzione estemporanea. Per questo nel
Concerto, in tre movimenti secondo la struttura classica, ci sono variazioni scritte e alcune zone improvvisate che continuamente entrano ed escono dalla partitura. Il linguaggio attinge dunque a sonorità popolari inserite in una struttura che si rifà alla forma classica del Concerto e che raccoglie anche – per forza di cose – la mia pluriennale esperienza di musicista di scena.
Inoltre, confesso il mio amore profondo per la sonorità dell’orchestra d’archi, che consente di attingere a una gamma inesauribile di sfumature pur restando all’interno di un colore nobilmente unitario. In questo senso, la performance del Metaphora Ensemble è decisamente superlativa.
Note di Pietro Leveratto
Conosco Gabriele Mirabassi da più di trent’anni, ci incontrammo in una di quelle situazioni che i musicisti cercano di dimenticare velocemente: il concerto occasionale - solitamente omaggio a un
autorevole defunto -, caratterizzato da un organico raccogliticcio e un repertorio provato poco. La qualità della musica dipende dalle buone intenzioni dei musicisti invitati e dal sopraggiungere di una sorta di cameratesca confidenza per il tempo nel quale si condivide il palco, quella volta tutto andò per il meglio e nelle pause delle prove si chiacchierava, Gabriele giovanissimo e silenzioso, io, ciarliero e più vecchio di una decina di anni, pontificavo su chissà cosa quando un collega notò la giacca che indossavo: «sembra un reperto di moda sovietica». In effetti non era un granché, era stata di mio nonno e non ricordo perché l’avessi scelta per quel concerto ma la difesi: «è la giacca di Shostakovich», dissi con convinzione. Nessuno batté ciglio e temo che la musica di DSCH non fosse esattamente tra le prime scelte dei colleghi presenti, ma incrociai lo sguardo di Gabriele e fu chiaro a entrambi che ci eravamo riconosciuti: quello che apparenta le persone può sembrare del tutto secondario ma ha il valore delle linee di contrappunto appena velate dalla melodia principale.
Ho scritto questo concerto in pochi giorni, su commissione del festival Sonora di Merano; la notizia che lui ne sarebbe stato l’interprete ha reso tutto semplice, sapevo sarebbe bastato mettere sulla carta un poco di note che meritassero il suo talento.
Note di Marcello Fera
“Cyberphonia è un brano scritto nel 2012 durante una residenza artistica a Salisburgo ed eseguito a Merano per la prima volta nello stesso anno da Gabriele Mirabassi con l'Ensemble Conductus.
È un piccolo concerto per clarinetto e archi dedicato alla memoria di Valentino von Braitenberg, scomparso l'anno prima. Braitenberg oltre a essere stato per me innanzitutto un amico e un gioioso esempio di mente viva, libera e aperta, fu, oltre che un appassionato musicista per diletto, fra i pionieri delle neuroscienze e della cibernetica, di cui fondò il dipartimento all'università di Tubinga. Da qui il titolo. La forma tripartita del brano è quella tipica del concerto a partire dal Barocco e a me molto cara, avendola più volte praticata riportandola ad una breve durata e collegandone i movimenti senza interruzione. La cadenza improvvisata alla fine del secondo movimento e la struttura del movimento finale che prevede per quasi la metà della sua durata un "open" in cui il solista improvvisa sulla parte orchestrale scritta, legano indissolubilmente l'esito della composizione alla personalità del solista. Ed è proprio grazie alla fortuna di poter contare su Gabriele Mirabassi, avendone ben presenti le straordinarie doti di artista che ho immaginato e composto questo brano”.