domenica 8 novembre 2026

Con Dee Dee Bridgewater al Festival d’Autunno il jazz diventa voce di libertà e impegno civile

 

La musica come spazio di libertà, memoria e consapevolezza. Al Teatro Politeama di Catanzaro, Dee Dee Bridgewater ha fatto di We Exist! un racconto musicale che mette in relazione il linguaggio del jazz con le inquietudini del presente, riaffermando la capacità di dare voce a chi troppo spesso rimane inascoltato.
Inserito nella XXIII edizione del Festival d’Autunno, ideato e diretto da Antonietta Santacroce e sostenuto dalla Regione Calabria nell’ambito di Calabria Straordinaria, con risorse PAC 2014/20 – FUNT Eventi culturali di pregio, il concerto si è sviluppato nel segno dell’impegno civile. Un progetto che richiama l’attenzione sulle ingiustizie, sulle disuguaglianze, sulla dignità delle persone e sulle opportunità delle donne. Temi che la cantante affronta attraverso un repertorio nel quale convivono memoria musicale e riflessione sul mondo contemporaneo.
Ad affiancare la cantante è un trio tutto al femminile composto da Alexis Lombre, al pianoforte e alle tastiere, Liany Mateo, al basso, ed Evita Polidoro, alla batteria. Le tre musiciste non si limitano ad accompagnare, ma partecipano attivamente allo sviluppo del concerto, con interventi solistici e momenti di confronto.
La scelta delle canzoni restituisce la varietà di questo sguardo. The Music Is the Magic di Abbey Lincoln, che apre il concerto, introduce una figura fondamentale destinata a ritornare più volte nella scaletta. Accanto a questo riferimento People Make the World Go Round, originariamente eseguita da The Stylistics, richiama l’attenzione sulle dinamiche della società e sulle responsabilità individuali. Con The Danger Zone, il repertorio continua a interrogare la realtà, senza limitarsi a un’unica prospettiva musicale o tematica.
Il filo che lega queste composizioni è la capacità di affrontare il presente da angolazioni differenti, ma anche di lasciare spazio ai ricordi. Prima di eseguire Tryin’ Times, scritto da Donny Hathaway per Roberta Flack, la cantante si sofferma sul profondo legame che le univa, ricordando la scomparsa dell’artista avvenuta l’anno precedente. Il racconto accompagna l’esecuzione, conferendo alla canzone il valore di un omaggio a una voce che ha segnato la sua storia.
Il ruolo delle tre musiciste emerge in maniera evidente negli episodi solistici e negli scambi con la voce e gli strumenti della protagonista. Liany Mateo (nella foto a destra) si distingue per la personalità dei suoi interventi. In The Danger Zone propone un assolo blues, mentre in Tryin’ Times introduce il brano con un’improvvisazione al contrabbasso, senza accompagnamento. Quando il pianoforte entra nel dialogo, passa al basso elettrico e intreccia la propria linea con la batteria di Evita Polidoro.
Su questa intro strumentale Dee Dee Bridgewater costruisce un’interpretazione in crescendo: ripete il titolo del brano con intensità sempre maggiore, fino a trasformare le parole in una sorta di grido, per poi abbandonarsi a un serrato botta e risposta con la batteria. Danza sul palco mostrando una libertà espressiva che va ben oltre la sola interpretazione vocale.
Anche Alexis Lombre (nella foto a sinistra) trova un momento di particolare rilievo in Hey Lordy Mama di Nina Simone, quando Bridgewater la coinvolge in un duetto vocale. La pianista sorprende per una voce di grande intensità e personalità, mentre la cantante la accompagna con uno sguardo compiaciuto, lasciando emergere una spontanea complicità tra le due artiste.
La presenza di tre musiciste assume un significato ulteriore nel contesto di We Exist!: il riconoscimento delle donne nel jazz e la necessità di superare le disparità trovano sul palco una rappresentazione concreta. Il messaggio si traduce così anche nella scelta di affidare a una formazione tutta al femminile un ruolo pienamente attivo sul piano musicale.
Il legame con Abbey Lincoln è ancora presente con The World Is Falling Down e And It’s Supposed to Be Love, due composizioni che confermano il rilievo della sua presenza nel progetto. Attraverso queste canzoni emerge anche la personalità della cantante in possesso di una riconosciuta vocalità ricca di sfumature, una presenza scenica dominante e la capacità di coinvolgere il pubblico.
È con Throw It Away, ancora della Lincoln, che il messaggio della serata trova una delle sue espressioni più dirette. Prima di cantare, Dee Dee Bridgewater invita a vivere ogni giorno senza negatività e a trovare il coraggio di liberarsi delle relazioni tossiche, siano esse amicizie, rapporti sentimentali o legami familiari. «Dobbiamo tagliare i ponti perché è ciò che è giusto per noi», spiega, prima di ricondurre il proprio pensiero alle parole essenziali della composizione.
Durante l’esecuzione di quest’ultimo brano, sorprende tutti quando fischia inserendosi nel dialogo musicale. Nel finale ripete più volte il verso «You can never ever lose a thing / If it belongs to you» e invita la platea a unirsi a lei. Il pubblico raccoglie l’invito e canta insieme alla cantante, trasformando la conclusione del brano in uno dei passaggi più intensi della serata.
Al termine del concerto, il pubblico richiama a gran voce l’artista, tributandole un applauso prolungato. Il bis è Gonna Have to Serve Somebody di Bob Dylan, aperto dall’assolo di batteria di Evita Polidoro (nella foto a destra). La linea di basso dal carattere funkeggiante di Liany Mateo imprime al brano un andamento trascinante, offrendo alla formazione un’ultima occasione per mettere in evidenza la propria intesa.
Gli applausi si protraggono per diversi minuti. Resta il ritratto di un’artista che fa della libertà interpretativa e dell’impegno civile due aspetti inseparabili del suo percorso. È proprio in questa coerenza tra musica, espressione individuale e impegno collettivo che il titolo We Exist! trova il suo significato più immediato.
In chiusura della serata Gianni Pensabene, Presidente della Fondazione Carical, ha consegnato il Cavatore d’Argento realizzato per il Festival d’Autunno.




IUC: 10 NOVEMBRE CAROLIN WIDMANN e GABRIELE CARCANO NEL PRIMO DI TRE CONCERTI DEDICATI ALL' INTEGRALE DELLE SONATE PER VIOLINO E PIANOFORTE DI BEETHOVEN


Istituzione Universitaria dei Concerti
I CONCERTI DELL’AULA MAGNA
82ª Stagione 2026 | 2027
Martedì 10 novembre 2026 ore 20.30 | Aula Magna Sapienza Università di Roma

BEETHOVEN: INTEGRALE DELLE SONATE PER VIOLINO E PIANOFORTE (I)*
In occasione del bicentenario della morte di Beethoven (1827-2027)

CAROLIN WIDMANN violino
GABRIELE CARCANO pianoforte

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Sonata per violino e pianoforte n. 2 in la maggiore op. 12 n. 2
Sonata per violino e pianoforte n. 5 in fa maggiore op. 24 "La Primavera"
Sonata per violino e pianoforte n. 4 in la minore op. 23
Sonata per violino e pianoforte n. 7 in do minore op. 30 n. 2

* Ciclo di tre concerti

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Dopo l’inaugurazione con l’Orchestra da Camera Canova, Beethoven torna protagonista all’Istituzione Universitaria dei Concerti, in un progetto di particolare rilievo: l’integrale delle sonate per violino e pianoforte, affidata alla star del violino Carolin Widmann (nella foto a sinistra) e all’affermato pianista Gabriele Carcano (nella foto in basso a destra), specialista nel repertorio per pianoforte del compositore di Bohn. Il primo appuntamento, martedì 10 novembre alle 20.30 in Aula Magna, propone le Sonate op. 12 n. 2, op. 24 “La Primavera”, op. 23 e op. 30 n. 2. Il progetto si svilupperà nell’arco di tre concerti.
Ogni volta che ci rivediamo per preparare un nuovo concerto - raccontano Carolin Widmann e Gabriele Carcano -  abbiamo l’impressione di riprendere esattamente da dove avevamo lasciato le cose la volta precedente: il lavoro prosegue tra brani e repertori diversi, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo e arricchendo il nostro vocabolario. Fanno da sfondo, nelle pause e nelle cene, i racconti di quanto successo nel frattempo nelle nostre vite private: le impressioni dei dialoghi musicali e personali si mescolano, e ogni concerto si lega a un ricordo del momento che stavamo attraversando nelle nostre vite. Proprio durante una di queste cene ci è venuto in mente di suonare le 10 Sonate per violino e pianoforte di Beethoven. Sono idee queste che a volte rimangono lì, in sospeso, ma che in questo caso hanno trovato terreno fertile. 
C’è infatti un compositore più simbolico di Beethoven con cui confrontarsi periodicamente, come a misurare il proprio percorso musicale e umano? Probabilmente soltanto Bach, per altre ragioni, ma certo con Beethoven il confronto è diverso: muscolare e anche dolce, sublime verso gli assoluti e nettamente umano fino al quotidiano, bucolico e intimo, danzante e a volte senza appello. Universale, ovviamente. E oltre agli aggettivi, che possono solo abbozzare la varietà della sua musica, c’è il contatto con la materia musicale, con ciò di cui la musica è fatta, simile ad una costruzione: i mattoni e l’architettura, le tensioni che creano equilibrio, le visioni da costruire con oggetti concreti. Tra tutti questi oggetti musicali s’inseriscono poi le nostre idee ed emozioni d’interpreti. E, dall’altro lato e altrettanto importante, voi, caro pubblico, che ascoltate e partecipate. Niente come un ciclo di concerti per poter fare una sintesi di tutto questo, percorrendo insieme via via questi tre programmi. E niente come presentare “tutte le sonate”, a loro volta un oggetto simbolico e per noi di grande valore. Poterle proporre in concerto in forma così organica è un’occasione speciale e non comune: siamo grati alla IUC per questa preziosa possibilità e impazienti di condividere insieme a voi questo percorso che copre buona parte della vita creativa di Beethoven. 

ARS LUDI LABORATORIO: GEOGRAFIA SONORA | LE TERRE DEI RITMI E DEI CANTI

 

Istituzione Universitaria dei Concerti
I CONCERTI DELL’AULA MAGNA
82ª Stagione 2026 | 2027

Martedì 10 novembre 2026 ore 11.00 | Aula Magna, Sapienza Università di Roma
Musica PourParler

GEOGRAFIA SONORA
LE TERRE DEI RITMI E DEI CANTI
ARS LUDI LABORATORIO
Rodolfo Rossi, Giorgia Bracchi, Luca Caliciotti, Giovanni Canori percussioni
Francesco Saverio Galtieri pianoforte
Arianna Gaudio voce narrante
 
Conoscere il mondo e chi lo abita attraverso l’uso, l’ascolto e la visione di musiche, ritmi e strumenti provenienti da ogni continente

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Martedì 10 novembre in Aula Magna alle 11.00 per Musica PourParler, Ars Ludi Laboratorio con Rodolfo Rossi, Giorgia Bracchi, Luca Caliciotti, Giovanni Canori alle percussioni, Francesco Saverio Galtieri al pianoforte e Arianna Gaudio come voce narrante, propone Geografia Sonora Le Terre dei Ritmi e dei Canti, un itinerario sonoro che prende spunto da un ideale viaggio intorno alla Terra attraverso una selezione di musiche etniche e non (fra Steve Reich, Scott Joplin, Johann Sebastian Bach, Giacchino Rossini) relative ai cinque continenti e integrate da una scelta di testi tratti da importanti opere letterarie (fra Marco Polo, Hernán Cortés, Bruce Chatwin, Karen Blixen).


sabato 7 novembre 2026

"L’ESULE DI ROMA" INAUGURA IL FESTIVAL DONIZETTI OPERA 2026

 

Spetta a L’esule di Roma il compito di alzare il sipario sul Donizetti Opera 2026: il melodramma eroico in due atti, scritto da Gaetano Donizetti su libretto di Domenico Gilardoni per il Teatro di San Carlo di Napoli, dove fu applaudito per la prima volta il 1° gennaio 1828, inaugura il festival venerdì 13 novembre alle ore 20.00 al Teatro Donizetti di Bergamo. La recita d’apertura è dedicata al ricordo di Antonino Fogliani, il direttore d’orchestra scomparso improvvisamente alla fine di agosto, al quale era stata originariamente affidata questa produzione. L’opera viene eseguita nell’edizione critica di Roger Parker e Ian Schofield pubblicata da Casa Ricordi, frutto della collaborazione con la Fondazione Teatro Donizetti. Gli Under 30 avranno l’occasione di scoprire per primi lo spettacolo martedì 10 novembre alle ore 17.00; dopo l’inaugurazione, il titolo tornerà in scena sabato 21 novembre alle ore 20.00 e domenica 29 novembre alle ore 15.30.

Sul podio dell’Orchestra Donizetti Opera e alla guida del Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, istruito da Salvo Sgrò, sale il bergamasco Fabrizio Maria Carminati, interprete di riferimento del repertorio belcantistico e direttore artistico del Teatro Massimo Bellini di Catania. Carminati fu alla guida artistica del Teatro Donizetti dal 2000 al 2004 e torna ora sul podio dello stesso teatro dopo oltre vent’anni. La messa in scena, nuova produzione della Fondazione Teatro Donizetti, è curata dalla tedesca Katharina Thoma, al debutto in Italia dopo spettacoli per Glyndebourne, la Royal Opera House di Londra e i maggiori palcoscenici europei. Le firme del cast creativo sono quelle di Devin McDonough per le scene, di Irina Bartels per i costumi, di Fiammetta Baldiserri per il disegno luci e di Luca Scarzella per i video. Murena trova voce nel basso-baritono Luca Pisaroni, alla sua prima volta a Bergamo; il soprano Lidia Fridman (nella foto a destra) è Argelia e il tenore Sergey Romanovsky vestirà i panni dell’esule Settimio. Il generale Publio è affidato a Marcelo Solís, allievo della Bottega Donizetti, mentre Vittoria Vimercati è Leontina e Matteo Mollica interpreta il doppio ruolo di Lucio e Fulvio.
Quando firma L’esule di Roma Donizetti ha da poco compiuto trent’anni e scrive le sue opere serie soprattutto per i teatri di Napoli, dove dal 1827 ha in Gilardoni il suo principale collaboratore. Il soggetto proviene dal dramma Il proscritto romano di Luigi Marchionni, a sua volta derivato da un mélodrame francese di Louis-Charles Caigniez sulla leggenda di Androclo e del leone (Androclès, ou Le lion reconnaissant). L’esito fu travolgente: già nell’estate del 1828 il melodramma approdava al Teatro alla Scala e nel giro di sei anni si era diffuso in oltre trenta città italiane, con prime anche a Londra, Vienna e Madrid, imponendosi come il lavoro più fortunato del Donizetti degli anni Venti. Tra le piazze che lo accolsero ci fu anche Bergamo, dove arrivò nel 1840 al Teatro Riccardi.

«È una credenza diffusa che Gaetano Donizetti, nello scrivere le sue opere serie degli anni Venti dell’Ottocento, per lo più destinate ai teatri di Napoli, altro non sia stato che un mestierante, costretto dalla necessità a essere un seguace di Rossini – osserva il musicologo Roger Parker (nella foto a sinistra) –. Si racconta poi che la svolta sia arrivata con Anna Bolena, scritta nel 1830 per Milano, e che in seguito circolò in tutta la penisola italiana e nelle principali capitali europee, spianando così la strada ai grandi successi del decennio successivo, tra cui Lucrezia Borgia e Lucia di Lammermoor. Tuttavia, se si guardano più da vicino alcune di quelle opere serie dei “dimenticati” anni Venti napoletani, ecco emergere un’altra storia, nella quale L’esule di Roma gioca un ruolo di spicco. Se presentata con sensibilità, si rivela nientemeno che un momento decisivo nello sviluppo del compositore: un’opera che gli procurò un nuovo pubblico, in Italia e oltre; ma che accolse anche nuove forme attraverso cui incanalare l’espressività vocale, giocando con i limiti del genere e incoraggiando Donizetti nel suo interminabile percorso di rinnovamento compositivo».


Siamo nella Roma di Tiberio. La città festeggia il ritorno del generale Publio, vincitore dei Sarmati, al quale il senatore Murena ha promesso la mano della figlia Argelia. La giovane, però, è ancora legata al tribuno Settimio, costretto alla fuga da una condanna ingiusta che lo stesso Murena, cedendo alle trame di Seiano, consigliere dell’imperatore, ha contribuito a sottoscrivere. Rientrato in città sotto mentite spoglie, Settimio viene riconosciuto e arrestato, ma sceglie di portare con sé il segreto del tradimento pur di non disonorare il padre della donna che ama, accettando di affrontare le belve del circo. Logorato dal rimorso, Murena sprofonda nel delirio e decide infine di confessare tutto all’imperatore, mentre Argelia è combattuta tra l’affetto filiale e la passione per Settimio. A sciogliere il nodo è un vero colpo di scena: il leone che dovrebbe sbranare il condannato riconosce in lui l’uomo che tempo prima gli aveva curato una zampa ferita e lo risparmia. Davanti a un simile prodigio Tiberio concede la grazia a Settimio e la estende a Murena, che ha confessato la macchinazione di Seiano e se n’è amaramente pentito.

Il ritorno sul podio del Teatro Donizetti assume per Fabrizio Maria Carminati (nella foto a destra) un significato particolare: «L’esule di Roma sarà il sedicesimo titolo donizettiano che dirigo – commenta il direttore d’orchestra –. Donizetti mi commuove per la sua magnifica capacità di passare dal buffo al serio con estrema disinvoltura e di abbinare alla gioia la malinconia. È un compositore che sa volare su melodie infinite e concertare monumentali pagine operistiche, e la famosa pietas donizettiana rappresenta l’elemento fondante della sua arte. Quando lo affronto mi sento così partecipe del suo tragitto musicale che mi pare di appartenere sempre di più a Bergamo. In questa occasione porterò sul podio tutta l’amicizia e la stima che nutro per Antonino Fogliani: il mio intento principale sarà trasformare la tristezza per la chiusura del cerchio in una grande attestazione di affetto nei suoi confronti».

Katharina Thoma (nella foto a sinistra) legge l’opera come un racconto senza tempo sui meccanismi del potere. «Con lo scenografo Devin McDonough abbiamo pensato a una sede del potere astratta – sottolinea la regista –. L’architettura imperiale romana trae la sua forza dal far sentire piccolo l’individuo, idea che è stata ripresa dall’architettura totalitaria in tutto il mondo. Nell’allestimento si vedono colonne, linee visive e configurazioni spaziali mutevoli. Ma non sono elementi rigidi, bensì strutture di tessuto. A prima vista sembrano imponenti e solide, eppure con la luce possono divenire trasparenti, riflettendo l’atmosfera di una Roma dove gli informatori stanno ovunque. I costumi di Irina Bartels sono contemporanei e mettono in risalto la natura atemporale degli eventi: i conflitti e i dilemmi dell’opera si ritrovano ancora oggi nei regimi totalitari. Mostrare i retroscena che vedono protagonista la mente criminale di Seiano, e anche osservarlo mentre lui fa pressione sugli altri, rende tutto più chiaro. Emilia è spesso citata e interpellata da altri personaggi dell’opera. Credo quindi necessario che la sua presenza sia tangibile. Inoltre, lei funge da contrappunto a Seiano: è una bambina ancora immune da amare esperienze, circondata dall’affetto familiare. È un raggio di luce in un mondo opprimente. Quanto a Murena non lo considero una vittima del potere: Murena ha agito per scelta e ha distrutto la felicità di Settimio e di Argelia, gesto tutt’altro che onorevole per un padre. Tuttavia, attraverso la sua coscienza tormentata, rivela di nutrire sentimenti paterni. Insomma, è un uomo lacerato interiormente».

Tutto Dvorak al Comunale di Modena con Chamber Orchestra of Europe | Sir Antonio Pappano, direttore | Alexandre Kantorow, pianoforte

 

Prosegue martedì 10 novembre 2026 alle ore 20 la stagione concertistica al Teatro Comunale di Modena con la Chamber Orchestra of Europe (nella foto di Julia Wesely) diretta da Antonio Pappano con il pianista Alexandre Kantorow. In programma, il Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra op. 15 e la Settima Sinfonia di Antonín Dvořák.
Nel 2019, all'età di 22 anni, Alexandre Kantorow (nella foto a sinistra) è diventato il primo pianista francese a vincere la medaglia d'oro al Concorso Internazionale Čajkovskij, insieme al Grand Prix, assegnato solo tre volte nella storia del concorso. Nel 2024 è stato nuovamente premiato con il prestigioso Gilmore Artist Award, consolidando la sua posizione di pianista di fama mondiale. È oggi tra i pianisti più richiesti a livello internazionale, esibendosi nelle sale più prestigiose sia in recital che con le orchestre e i direttori più rinomati. Tra i momenti salienti della stagione scorsa di Kantorow figurano una tournée in Giappone con l'Orchestra del Concertgebouw e Mäkelä; tournée europee con la Filarmonica della Scala e Chailly e la London Philharmonic Orchestra e Paavo Järvi; una tournée in Asia con l'Orchestre Philharmonique de Radio France e van Zweden, e un tour negli Stati Uniti con la Philharmonia e Alsop che include un'esibizione alla Carnegie Hall. Intraprenderà inoltre un importante tour di recital in Nord America, farà il suo debutto con la San Francisco Symphony e tornerà alla Rotterdam Philharmonic e alla Bavarian Radio Symphony Orchestra.
Fondata nel 1981 e cresciuta sotto la guida di Claudio Abbado, la Chamber Orchestra of Europe vanta oltre 250 pubblicazioni discografiche, premiate con numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui due Grammy e tre Gramophone Record of the Year. Nel luglio 2024 Deutsche Grammophon ha pubblicato le Sinfonie di Brahms, registrate al Festspielhaus di Baden-Baden sotto la direzione di Yannick Nézet-Séguin.
Sir Antonio Pappano (nella foto a destra), oggi uno dei direttori d'orchestra più richiesti, è rinomato per il suo carisma e le sue interpretazioni coinvolgenti, spaziando dal repertorio sinfonico a quello operistico. È direttore principale della London Symphony Orchestra, direttore onorario della Royal Opera and Ballet Covent Garden di Londra e direttore musicale emerito dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma. Nella sua terza stagione come direttore principale della London Symphony Orchestra, Sir Antonio Pappano intraprenderà due importanti tournée internazionali: una in Cina e Giappone e un'altra negli Stati Uniti, con due esibizioni alla Carnegie Hall di New York.


Ermanno Wolf-Ferrari e la musica da camera italiana nella prima metà del Novecento: a Roma due giornate di studi e un concerto

 


Il 12 e 13 novembre 2026, presso la Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura in piazza Santa Croce in Gerusalemme, studiosi e interpreti approfondiscono l’opera del compositore nel 150° anniversario della nascita. Chiusura affidata al Trio David con un concerto nel quale saranno interpretate opere del compositore.
Roma, 4 novembre 2026 – La figura e l’eredità musicale di Ermanno Wolf-Ferrari saranno al centro del convegno internazionale di studi “Ermanno Wolf-Ferrari e la musica da camera italiana nella prima metà del Novecento” in programma a Roma giovedì 12 e venerdì 13 novembre 2026 presso la Sala Rocca della Direzione Generale Spettacolo e Cinema in piazza Santa Croce in Gerusalemme.
Il Convegno è organizzato dal CIDIM in collaborazione con COOP ART – CESTEM, Centro Sperimentale per il Teatro musicale e la Musica, con il contributo del Ministero della Cultura - Direzione Generale Spettacolo nell'ambito dei "Progetti Speciali" in occasione del 150° anniversario della nascita di Ermanno Wolf-Ferrari con l’adesione del Conservatorio Statale di Musica Evaristo Felice Dall'Abaco di Verona e riunisce musicologi, studiosi e interpreti per approfondire la conoscenza della produzione cameristica, pianistica, vocale e teatrale del compositore veneziano.


I lavori si apriranno giovedì 12 novembre alle ore 15 con i saluti istituzionali di Antonio Parente, Direttore Generale Spettacolo, Francescantonio Pollice, Presidente CIDIM ETS, Giovanna Manci, Direttore Artistico Coop Art, e Luca Ciammarughi, pianista e musicologo.
Dalle ore 15.30, la prima sessione del Convegno si articolerà negli interventi di Federica Zagatti Wolf-Ferrari, con Diario di famiglia, Alessandro Zignani, con una relazione dedicata alla Monaco del compositore, e Francesco Bissoli, sull’idea di «dolcezza poetica dell’azione» nella prima fase creativa di Wolf-Ferrari. La seconda sessione, alle ore 17.30, vedrà protagonisti Johannes Streicher sul rapporto tra Wolf-Ferrari e Raffaello de Rensis, Carlo Boccadoro sui Quartetti d’Archi e Costantino Mastroprimiano (nella foto) sulle risorse e i codici di Chopin, Schumann e Brahms nella produzione pianistica di Wolf-Ferrari.


Venerdì 13 novembre i lavori riprenderanno alle ore 9.30 con Luca Ciammarughi, che affronterà la fortuna critica e la riproposta moderna di Wolf-Ferrari, e Virgilio Bernardoni, con un contributo sulle prospettive compositive del suo teatro. Alle ore 11.30, Fabrizio Zoffoli approfondirà il repertorio per archi, Gemma Bertagnolli (nella foto) il Canzoniere op. 17 e Costantino Catena la riscoperta della musica da camera e per pianoforte del compositore veneziano.
La sessione pomeridiana, dalle ore 15, sarà dedicata alle fonti e al lavoro di revisione: Giulia Zoppelli presenterà un’indagine sulla ricostruzione della produzione del compositore attraverso gli autografi, mentre Luca Incerti interverrà sulle revisioni dei Trii e dei Quartetti. Le conclusioni sono previste alle ore 16.30.


A coronamento delle due giornate, venerdì 13 novembre alle ore 17.30, il Trio David (nella foto) presenterà in concerto un programma interamente dedicato a Wolf-Ferrari introdotto da Alessandro Zignani. Gloria Santarelli al violino, Chiara Mazzocchi alla viola e Tommaso Castellano al violoncello eseguiranno il Trio d’archi in do minore e il Trio d’archi in la minore op. 32, affiancando all’approfondimento scientifico l’ascolto diretto delle opere.


"L'Olandese volante" di Richard Wagner | 6 e 8 novembre | Teatro Municipale di Piacenza

 
Richard Wagner torna a essere protagonista al Teatro Municipale di Piacenza dopo ventisei anni d’assenza. A conclusione della Stagione d’Opera 2025/206, venerdì 6 novembre alle 20 e domenica 8 novembre alle 15.30, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante) approda sul palcoscenico piacentino. Il titolo wagneriano, mai rappresentato al Municipale, verrà proposto in un nuovo allestimento, coprodotto da Fondazione Teatri di Piacenza e Fondazione Teatro Comunale di Modena.
Sul podio Martijn Dendievel, una delle bacchette più autorevoli della nuova generazione europea, alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati. La messa in scena e i costumi sono firmati da Matteo Mazzoni, con le videoproiezioni create dal video designer Luca Attilii.
A interpretare l’Olandese sarà il baritono Claudio Sgura (nella foto a sinistra), tra i più richiesti dai maggiori teatri, che affronta la complessa sfida di debuttare in questo ruolo interamente in lingua tedesca.   Al suo fianco Johanni van Oostrum nel ruolo di Senta, soprano molto apprezzato nel repertorio wagneriano, che canta regolarmente nei più prestigiosi teatri. Completano il cast internazionale Sorin Coliban (Daland), Ian Koziara (Erik), Ester Ferraro (Mary) e Paolo Antognetti (Der Steuermann).
L’antica leggenda nordica dell’Olandese volante ispirò numerose opere letterarie; Wagner prese spunto dai Memoiren des Herren von Schnabelewopski di Heine, oltre che dall’avventuroso viaggio per mare compiuto nell’estate 1839 dalla Prussia orientale a Londra.
Composta fra il 1840 e il 1841, su libretto dello stesso Wagner, l’opera romantica Der fliegende Holländer debuttò a Dresda il 2 gennaio 1843, segnando un passaggio decisivo nell’evoluzione del linguaggio wagneriano. È una delle prime opere in cui comincia ad affermarsi con chiarezza la concezione di dramma musicale del compositore di Lipsia, sostenuta dall’uso del leitmotiv e da una tensione narrativa continua. La vicenda del capitano maledetto condannato a peregrinare per i mari in eterno, destinato a trovare redenzione solo attraverso l’amore fedele di una donna, diventa una partitura di forte impatto teatrale, pensata per evocare la forza della tempesta e la natura spettrale della leggenda, dove l’orchestra si fa coprotagonista al fianco dei personaggi. Un’opera turbinosa che anticipa i grandi drammi wagneriani.
«La maledizione dell’Olandese è, prima ancora che una condanna, una condizione dell’esistenza – spiega il regista Matteo Mazzoni (nella foto a destra) - un vagare attraverso immagini che ritornano, incontri che sembrano già accaduti, frammenti di un’identità che cerca disperatamente di ricomporsi. Un uomo senza Itaca, senza una Penelope che lo attenda, senza la certezza di poter finalmente tornare a casa. Se Ulisse attraversa il mare per ritrovare il luogo al quale appartiene, l’Olandese è condannato a navigare perché quel luogo non esiste più, o forse non è mai esistito. Non cerca una patria, ma qualcuno a cui affidarsi. Qualcuno davanti al quale poter deporre le proprie difese, senza paura di essere tradito, abbandonato, dimenticato. La sua storia, in fondo, ci riguarda da vicino, attraversa i secoli e arriva fino a noi, uomini e donne di un tempo in cui tutto sembra provvisorio, sostituibile, destinato a consumarsi rapidamente. Continuiamo a cercare un amore capace di resistere al tempo, un legame che non si dissolva alla prima difficoltà, qualcuno che possa pronunciare e mantenere quella promessa tanto semplice quanto smisurata: “per sempre”».


L’ESTREMO E INCOMPIUTO LASCITO DI MAHLER E PAGINE WAGNERIANE PER MARC ALBRECHT E L’ORCHESTRA RAI

 

Torna sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Marc Albrecht (nella foto di Melle Meivogel), che sostituisce Daniele Gatti, costretto ad annullare la sua presenza a causa di un’indisposizione. Il direttore d’orchestra tedesco è protagonista del concerto in programma giovedì 12 novembre alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino, con trasmissione in diretta su Radio3 e in streaming su raicultura.it. Replica, sempre a Torino, venerdì 13 novembre alle 20.
Già Direttore principale dell’Opera Nazionale Olandese di Amsterdam, delle Orchestre Filarmoniche e da Camera Olandesi e dell’Orchestre Philharmonic di Strasburgo, nonché Direttore Musicale dello Staatstheater di Darmstadt, Marc Albrecht è Direttore Principale dell’Antwerp Symphony Orchestra dalla stagione 2026/2027. Particolarmente apprezzato nel repertorio tardo romantico tedesco-austriaco – da Wagner e Strauss a Zemlinsky, Schreker e Korngold –, è stato premiato come Miglior Direttore agli International Opera Awards 2019 ed estende abitualmente la sua attività fino alla musica contemporanea.
Per il suo ritorno sul podio della compagine Rai, Albrecht propone l’Adagio della Sinfonia n. 10 in fa diesis maggiore di Gustav Mahler. Lascito estremo e incompiuto del grande compositore austriaco, fu scritta a Dobbiaco, in provincia di Bolzano, nell’estate del 1910, l’ultima della vita del compositore. La gestazione fu molto problematica, a causa delle difficoltà personali profondissime attraversate da Mahler che, già provato dalla morte di una figlia e dalla malattia cardiaca, dovette affrontare la crisi del suo matrimonio con Alma Schindler, che lo portò sul lettino di Sigmund Freud. La moglie, recatasi a Tobelbad per alcune cure, conobbe il giovane e brillante architetto Walter Gropius. Tra i due la passione fu immediata. L’uomo indirizzò per errore una sua lettera d’amore per la donna allo stesso compositore – materia per il dottor Freud – che precipitò in uno stato di turbamento profondissimo. La crisi fu superata ma lasciò tracce evidenti nell’Adagio, unica pagina portata a termine della sua Decima Sinfonia, L’opera rimase infatti incompiuta: il compositore, dopo il trionfale successo della sua Ottava Sinfonia e di alcuni concerti diretti a New York, morì nel sanatorio Löw di Vienna il 18 maggio 1911.
Completano il programma del concerto diretto da Albrecht alcune pagine di Richard Wagner: il Preludio del Lohengrin, l’Ouverture e il Baccanale dal Tannhäuser e l’Ouverture di Rienzi, terza opera scritta dal sommo compositore tedesco e ispirata all’omonimo romanzo di Edward Bulwer-Lytton.