sabato 7 novembre 2026

"L’ESULE DI ROMA" INAUGURA IL FESTIVAL DONIZETTI OPERA 2026

 

Spetta a L’esule di Roma il compito di alzare il sipario sul Donizetti Opera 2026: il melodramma eroico in due atti, scritto da Gaetano Donizetti su libretto di Domenico Gilardoni per il Teatro di San Carlo di Napoli, dove fu applaudito per la prima volta il 1° gennaio 1828, inaugura il festival venerdì 13 novembre alle ore 20.00 al Teatro Donizetti di Bergamo. La recita d’apertura è dedicata al ricordo di Antonino Fogliani, il direttore d’orchestra scomparso improvvisamente alla fine di agosto, al quale era stata originariamente affidata questa produzione. L’opera viene eseguita nell’edizione critica di Roger Parker e Ian Schofield pubblicata da Casa Ricordi, frutto della collaborazione con la Fondazione Teatro Donizetti. Gli Under 30 avranno l’occasione di scoprire per primi lo spettacolo martedì 10 novembre alle ore 17.00; dopo l’inaugurazione, il titolo tornerà in scena sabato 21 novembre alle ore 20.00 e domenica 29 novembre alle ore 15.30.

Sul podio dell’Orchestra Donizetti Opera e alla guida del Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, istruito da Salvo Sgrò, sale il bergamasco Fabrizio Maria Carminati, interprete di riferimento del repertorio belcantistico e direttore artistico del Teatro Massimo Bellini di Catania. Carminati fu alla guida artistica del Teatro Donizetti dal 2000 al 2004 e torna ora sul podio dello stesso teatro dopo oltre vent’anni. La messa in scena, nuova produzione della Fondazione Teatro Donizetti, è curata dalla tedesca Katharina Thoma, al debutto in Italia dopo spettacoli per Glyndebourne, la Royal Opera House di Londra e i maggiori palcoscenici europei. Le firme del cast creativo sono quelle di Devin McDonough per le scene, di Irina Bartels per i costumi, di Fiammetta Baldiserri per il disegno luci e di Luca Scarzella per i video. Murena trova voce nel basso-baritono Luca Pisaroni, alla sua prima volta a Bergamo; il soprano Lidia Fridman (nella foto a destra) è Argelia e il tenore Sergey Romanovsky vestirà i panni dell’esule Settimio. Il generale Publio è affidato a Marcelo Solís, allievo della Bottega Donizetti, mentre Vittoria Vimercati è Leontina e Matteo Mollica interpreta il doppio ruolo di Lucio e Fulvio.
Quando firma L’esule di Roma Donizetti ha da poco compiuto trent’anni e scrive le sue opere serie soprattutto per i teatri di Napoli, dove dal 1827 ha in Gilardoni il suo principale collaboratore. Il soggetto proviene dal dramma Il proscritto romano di Luigi Marchionni, a sua volta derivato da un mélodrame francese di Louis-Charles Caigniez sulla leggenda di Androclo e del leone (Androclès, ou Le lion reconnaissant). L’esito fu travolgente: già nell’estate del 1828 il melodramma approdava al Teatro alla Scala e nel giro di sei anni si era diffuso in oltre trenta città italiane, con prime anche a Londra, Vienna e Madrid, imponendosi come il lavoro più fortunato del Donizetti degli anni Venti. Tra le piazze che lo accolsero ci fu anche Bergamo, dove arrivò nel 1840 al Teatro Riccardi.

«È una credenza diffusa che Gaetano Donizetti, nello scrivere le sue opere serie degli anni Venti dell’Ottocento, per lo più destinate ai teatri di Napoli, altro non sia stato che un mestierante, costretto dalla necessità a essere un seguace di Rossini – osserva il musicologo Roger Parker (nella foto a sinistra) –. Si racconta poi che la svolta sia arrivata con Anna Bolena, scritta nel 1830 per Milano, e che in seguito circolò in tutta la penisola italiana e nelle principali capitali europee, spianando così la strada ai grandi successi del decennio successivo, tra cui Lucrezia Borgia e Lucia di Lammermoor. Tuttavia, se si guardano più da vicino alcune di quelle opere serie dei “dimenticati” anni Venti napoletani, ecco emergere un’altra storia, nella quale L’esule di Roma gioca un ruolo di spicco. Se presentata con sensibilità, si rivela nientemeno che un momento decisivo nello sviluppo del compositore: un’opera che gli procurò un nuovo pubblico, in Italia e oltre; ma che accolse anche nuove forme attraverso cui incanalare l’espressività vocale, giocando con i limiti del genere e incoraggiando Donizetti nel suo interminabile percorso di rinnovamento compositivo».


Siamo nella Roma di Tiberio. La città festeggia il ritorno del generale Publio, vincitore dei Sarmati, al quale il senatore Murena ha promesso la mano della figlia Argelia. La giovane, però, è ancora legata al tribuno Settimio, costretto alla fuga da una condanna ingiusta che lo stesso Murena, cedendo alle trame di Seiano, consigliere dell’imperatore, ha contribuito a sottoscrivere. Rientrato in città sotto mentite spoglie, Settimio viene riconosciuto e arrestato, ma sceglie di portare con sé il segreto del tradimento pur di non disonorare il padre della donna che ama, accettando di affrontare le belve del circo. Logorato dal rimorso, Murena sprofonda nel delirio e decide infine di confessare tutto all’imperatore, mentre Argelia è combattuta tra l’affetto filiale e la passione per Settimio. A sciogliere il nodo è un vero colpo di scena: il leone che dovrebbe sbranare il condannato riconosce in lui l’uomo che tempo prima gli aveva curato una zampa ferita e lo risparmia. Davanti a un simile prodigio Tiberio concede la grazia a Settimio e la estende a Murena, che ha confessato la macchinazione di Seiano e se n’è amaramente pentito.

Il ritorno sul podio del Teatro Donizetti assume per Fabrizio Maria Carminati (nella foto a destra) un significato particolare: «L’esule di Roma sarà il sedicesimo titolo donizettiano che dirigo – commenta il direttore d’orchestra –. Donizetti mi commuove per la sua magnifica capacità di passare dal buffo al serio con estrema disinvoltura e di abbinare alla gioia la malinconia. È un compositore che sa volare su melodie infinite e concertare monumentali pagine operistiche, e la famosa pietas donizettiana rappresenta l’elemento fondante della sua arte. Quando lo affronto mi sento così partecipe del suo tragitto musicale che mi pare di appartenere sempre di più a Bergamo. In questa occasione porterò sul podio tutta l’amicizia e la stima che nutro per Antonino Fogliani: il mio intento principale sarà trasformare la tristezza per la chiusura del cerchio in una grande attestazione di affetto nei suoi confronti».

Katharina Thoma (nella foto a sinistra) legge l’opera come un racconto senza tempo sui meccanismi del potere. «Con lo scenografo Devin McDonough abbiamo pensato a una sede del potere astratta – sottolinea la regista –. L’architettura imperiale romana trae la sua forza dal far sentire piccolo l’individuo, idea che è stata ripresa dall’architettura totalitaria in tutto il mondo. Nell’allestimento si vedono colonne, linee visive e configurazioni spaziali mutevoli. Ma non sono elementi rigidi, bensì strutture di tessuto. A prima vista sembrano imponenti e solide, eppure con la luce possono divenire trasparenti, riflettendo l’atmosfera di una Roma dove gli informatori stanno ovunque. I costumi di Irina Bartels sono contemporanei e mettono in risalto la natura atemporale degli eventi: i conflitti e i dilemmi dell’opera si ritrovano ancora oggi nei regimi totalitari. Mostrare i retroscena che vedono protagonista la mente criminale di Seiano, e anche osservarlo mentre lui fa pressione sugli altri, rende tutto più chiaro. Emilia è spesso citata e interpellata da altri personaggi dell’opera. Credo quindi necessario che la sua presenza sia tangibile. Inoltre, lei funge da contrappunto a Seiano: è una bambina ancora immune da amare esperienze, circondata dall’affetto familiare. È un raggio di luce in un mondo opprimente. Quanto a Murena non lo considero una vittima del potere: Murena ha agito per scelta e ha distrutto la felicità di Settimio e di Argelia, gesto tutt’altro che onorevole per un padre. Tuttavia, attraverso la sua coscienza tormentata, rivela di nutrire sentimenti paterni. Insomma, è un uomo lacerato interiormente».

Nessun commento:

Posta un commento