NOVECENTO 2025
CHRONOS E
KAIROS. Scansione e racconto
Lunedì 10 novembre, ore
20.30
Chiesa di S. Maria Segreta – Milano
TEMPS.
Olivier Messiaen
Quatuor pour la fin du temps
Marco
Giani, clarinetto
Primo clarinetto solista
dell’orchestra “I Pomeriggi Musicali” di Milano
Miriam Dal
Don, violino
Primo violino presso il Teatro La
Fenice di Venezia
Francesco Parazzoli, violoncello
Primo Violoncello dell’Orchestra del Teatro Comunale di
Bologna
Emanuela Piemonti, pianoforte
Docente
di musica da camera al Conservatorio "Giuseppe Verdi" di
Milano
Ingresso libero
Dall’intervista di Antoine Goléa a Olivier Messiaen (1958).
“Arrivato al campo di Goerlitz, in Slesia, chiamato nel gergo militare lo Stalag 8 A, come tutti i prigionieri all’inizio fui spogliato dei miei vestiti. Ma pur così messo a nudo continuavo a tenere con me, con aria terribile, un tascapane che conteneva tutti i miei tesori, ovvero una piccola biblioteca di partiture d’orchestra tascabili, che sarebbero state la mia consolazione quando avrei sofferto, come gli stessi tedeschi, la fame e il freddo. […] Allo Stalag c’erano con me un violinista, un clarinettista e il violoncellista Etienne Pasquier. Per loro scrissi subito un piccolo trio senza pretese, che mi suonarono nei gabinetti, perché il clarinettista aveva conservato il clarinetto e al violoncellista era stato regalato un violoncello a tre corde. Incoraggiato da questi primi suoni, conservai questo piccolo brano con il nome Intermezzo e aggiunsi progressivamente i sette brani che lo circondano, portando in questo modo a otto il numero totale delle parti del mio Quatuor pour la fin du temps”.
La prima esecuzione di una delle opere più coinvolgenti di Olivier Messiaen, tra i più significativi compositori del XX secolo, avvenne il 15 gennaio del 1941 nella baracca 27B del campo di concentramento di Goerlitz, al confine tra la Germania e la Polonia. Fuori la neve, quindici gradi sottozero, in un Paese dove il sole si leva solo alle dieci del mattino, su un pianoforte verticale molto rovinato, i cui tasti ricadevano a intermittenza. “Con quel pianoforte suonai il Quartetto davanti a un uditorio di cinquemila persone, delle più diverse classi sociali. Non sono mai stato ascoltato con tanta attenzione e comprensione.”Lì presentai per la prima volta la mia opera. “Ho detto loro che il quartetto era scritto per la fine del tempo, senza alcun gioco di parole con il tempo della prigionia, ma con la fine delle nozioni di passato e avvenire, ovvero con l’inizio dell’eternità. Tutto ciò basandomi su quel magnifico brano dell’Apocalisse in cui Giovanni dice: “Vidi un angelo potente che scendeva dal cielo avvolto da una nube con un arcobaleno sul capo. […] Alzò la mano verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, dicendo: “Non vi sarà più tempo”.
Questa citazione è il punto di partenza che motiva il mio desiderio della fine del tempo tradotto musicalmente nel quartetto. “In quasi tutte le mie opere, in modo speciale in questa, la mia prima preoccupazione è stata di eliminare i tempi uguali. Oltre a una segreta predilezione per i numeri primi, […] le nozioni di misura e tempo sono sostituite dal sentimento di un valore breve e dalle sue libere moltiplicazioni, e anche da alcuni procedimenti ritmici che sono il valore aggiunto, i ritmi aumentati o diminuiti, i pedali ritmici e i ritmi non retrogradabili.”
Ecco molta teoria [risponde l’intervistatore, n.d.r.] che tanti, in realtà, le hanno rimproverato. Tuttavia, l’opera di cui ci occupiamo oggi e a proposito della quale lei ci ha dato alcune idee sulle sue preoccupazioni ritmiche – idee che potrebbero far credere a chi non la conosce che è esageratamente astratta e difficile da ascoltare – è, al contrario, una delle più sorprendenti e avvincenti che lei abbia composto. Credo che sia una dimostrazione magnifica del fatto che ogni opera d’arte, e ogni opera musicale in particolare, obbedisce a delle leggi, ad una architettura molto severa e che la severità di queste leggi e di questa architettura, lungi dall’uccidere ciò che alcuni chiamano libertà di ispirazione, al contrario la esalta.
“Quanto al carattere apocalittico, si conosce male l’Apocalisse se vi si vede soltanto un accumulo di cataclismi e di catastrofi; l’Apocalisse contiene anche luci grandi e meravigliose seguite da silenzi solenni. D’altra parte, il mio scopo iniziale era l’abolizione del Tempo, cosa infinitamente misteriosa e incomprensibile alla maggior parte dei filosofi del Tempo, da Platone a Bergson”.
Marcel Haedrich, Le Lumignon, bollettino del campo di prigionia di Goerlitz: Voglio solo riferire il mio piacere nel dire che l’applauso non scoppiò immediatamente. L’ultima nota fu seguita da quel momento di silenzio che un capolavoro sublime crea”.


Nessun commento:
Posta un commento