mercoledì 4 novembre 2026

TCBO: GREGORY KUNDE ED EKATERINA SEMENCHUK PROTAGONISTI DI SAMSON ET DALILA - Roberto Abbado dirige il capolavoro di Saint-Saëns, proposto in forma di concerto, ultimo titolo della Stagione d’Opera 2026

 

È una pagina sospesa tra oratorio e grand-opéra tra le più alte del repertorio operistico francese del secondo Ottocento, nella quale convivono misticismo e sensualità, Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns, che torna dopo diciotto anni nel cartellone del Teatro Comunale di Bologna con due grandi interpreti di respiro internazionale come il tenore Gregory Kunde (nella foto in alto) e il mezzosoprano Ekaterina Semenchuk (nella foto a destra di Mikhail Vilchuk) nei ruoli principali. Già protagonista dell’inaugurazione lirica lo scorso gennaio con Idomeneo di Mozart, ritrova il podio per quest’ultimo titolo della Stagione 2026 Roberto Abbado (nell'ultima foto in basso a destra, di Miro Zagnoli), che dirige l’opera proposta in forma di concerto all’Auditorium Manzoni venerdì 13 novembre alle 20.00 e in replica domenica 15 novembre alle 16.00. 
Premiato con l’“Abbiati” dalla critica musicale italiana, Abbado è il Direttore principale della Filarmonica del TCBO e collabora con orchestre del calibro della Concertgebouworkest di Amsterdam, dei Wiener Symphoniker, dell’Orchestre national de France, della Staatskapelle Dresden e della Gewandhausorchester di Lipsia. Kunde torna a Bologna dopo aver recentemente cantato nelle vesti di Canio/Il pagliaccio in Pagliacci di Leoncavallo (2024) e precedentemente in quelle di Otello nell’opera omonima di Verdi (2022), mentre Semenchuk è stata Lady Macbeth nel Macbeth verdiano (2024). A completare il cast vocale sono il baritono Alexey Zelenkov (nella foto in basso a sinistra d Mischa Blank) come Le Grand Prêtre De Dagon (Il Sommo Sacerdote di Dagone), i bassi Luca Park e Ramaz Chikviladze nei panni rispettivamente di Abimélech, Satrape de Gaza (Abimelech, Satrapo di Gaza) e di Un Vieillard Hébreu (Un Vecchio Ebreo), il tenore Pasquale Conticelli come Un Messager Philistin (Un Messaggero Filisteo), il tenore Gianluca Monti e il baritono Tommaso Norelli come i Deux Philistins (Due filistei). L’Orchestra e il Coro – preparato da Claudio Marino Moretti – sono quelli del TCBO. 
Saint-Saëns compose il lavoro in tre atti tra il 1867 e il 1876 su libretto di Ferdinand Lemaire, ispirato principalmente al biblico Libro dei Giudici, oltre alla tragedia Samson Agonistes di John Milton e al Samson scritto centocinquanta anni prima da Voltaire per la musica di Jean-Philippe Rameau. Concepito inizialmente come oratorio biblico, Samson et Dalila divenne un dramma lirico su indicazione dello stesso librettista e grazie all’intuito di Franz Liszt che ne promosse la prima assoluta nel 1877 al Hoftheater di Weimar, in lingua tedesca. Complice la diffidenza dei teatri parigini e il fiasco dell’opera del compositore francese Le timbre d’argent, Samson et Dalila approdò in patria e in lingua originale solo nel 1890, a Rouen.
Pagina drammaticamente attuale, è ambientata a Gaza intorno al 1150 a.C., teatro di scontri tra due mondi etici, religiosi e culturali contrapposti: da un lato gli ebrei – capeggiati dal loro condottiero ed eroe Samson – e dall’altro i filistei – rappresentati dalla sensuale femme fatale Dalila. I due universi sono raccontati in musica grazie alla polarità stilistica utilizzata e i personaggi sono tratteggiati psicologicamente dal compositore in modo profondo grazie alle melodie scelte, all’uso del contrappunto e del timbro.
Lunedì 9 novembre alle 18.00, nel Foyer del bar dell'Auditorium Manzoni, si terrà una introduzione all’ascolto di Samson et Dalila con il Sovrintendente del Teatro Pierangelo Conte, il musicologo e critico musicale del «Corriere della Sera» Enrico Girardi e il giornalista Luca Baccolini. L’ingresso al pubblico è gratuito con prenotazione su Eventbrite.
Le esecuzioni del 13 e del 15 novembre saranno precedute – circa 45 min prima dell’inizio – da una presentazione dell’opera al pubblico nel Foyer del bar dell’Auditorium Manzoni.

Al Carlo Felice Omassini e Angeleri in musiche di Rossini, Paganini, Cherubini

 

Teatro Carlo Felice, Genova
Stagione Sinfonica
giovedì 5 novembre, ore 20:00

Direttore
Francesco Ommassini
Violino
Giovanni Angeleri

Gioachino Rossini
Sinfonia da L’italiana in Algeri
Niccolò Paganini
Il carnevale di Venezia MS 59
“Adagio flebile con sentimento” dal Concerto n. 4
I palpiti MS 77
Luigi Cherubini
Sinfonia in re maggiore
Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova

Il concerto sarà trasmesso in differita su Rai Radio3

Niccolò Paganini ritorna nella stagione sinfonica. La serata si apre con la Sinfonia dell’Italiana in Algeri di Rossini, brillante e ironica come l’opera che introduce. Poi è la volta di Paganini, in tre vesti diverse: il virtuoso spericolato del Carnevale di Venezia op. 10, che trasforma una semplice melodia popolare in un trionfo di variazioni; il compositore dell'Adagio flebile con sentimento dal Concerto n. 4 e l’ammiratore di Rossini che, nei Palpiti op. 13, prende spunto da un’aria del Tancredi. In chiusura, la Sinfonia in re maggiore di Luigi Cherubini.


SCHUBERT, HUMMEL E BRAHMS. ULTIMO APPUNTAMENTO SINFONICO DI FONDAZIONE ARENA AL TEATRO FILARMONICO - Solista il “Paganini della tromba” Sergei Nakariakov, sul podio il Maestro Dmitri Jurowski

 
Venerdì 6 e sabato 7 novembre, ultimo appuntamento sinfonico con l’Orchestra di Fondazione Arena al Teatro Filarmonico. Un viaggio in un secolo di musica a Vienna, dal brillante Concerto per tromba di Hummel all’esplosione dell’opera italiana riletta da Schubert, fino alle sfumature crepuscolari di fine Ottocento con la Seconda serenata di Brahms, per la prima volta in programma. Sul podio torna il direttore Dmitri Jurowski (nella foto in basso a destra) e, solista al debutto veronese, il virtuoso della tromba Sergei Nakariakov (nella foto a sinistra). 
Un talento richiesto in tutto il mondo, a cui diversi compositori contemporanei dedicano nuove creazioni: è il trombettista Sergei Nakariakov, che debutterà con l’Orchestra di Fondazione Arena di Verona nel fine settimana, per l’ultimo appuntamento sinfonico della Stagione 2026, venerdì 6 novembre alle 20 e sabato 7 novembre alle 17 al Teatro Filarmonico. Il virtuoso della tromba sarà solista nel Concerto in Mi di Hummel, scritto nel 1803 dal talentuoso e prolifico compositore austriaco, destinato a raccogliere l’eredità di Haydn come Kapellmeister del principe Esterházy. Un esempio classico di forma-sonata, equilibrata nell’alternarsi dei temi nel primo ampio movimento, nella cantabilità dell’Andante e nel brioso Rondò finale. Una compostezza aurea che sarebbe stata turbata dall’epoca napoleonica, ben incarnata dai forti contrasti della maturità beethoveniana, quindi (più pacificamente) dall’arrivo dell’opera italiana più popolare nella capitale asburgica: i successi dei titoli rossiniani del 1817 ispirarono il giovane Franz Schubert a scrivere due Ouverture “in stile italiano” influenzate dal Tancredi del Pesarese. In apertura di programma sarà eseguita la prima, in Re maggiore.
Nella seconda parte del concerto, una prima volta per l’Orchestra areniana: la Seconda serenata di Brahms, scritta nel 1859 in La maggiore per un organico singolare, sinfonico romantico completo ma escludendo i violini, in modo da esaltare i timbri più scuri dei restanti archi. Una scelta “cantabile” piuttosto sperimentale per il rigoroso Brahms, che con quest’opera (op. 16) si avvicinava a poco a poco al temuto cimento con la sinfonia vera e propria. In contrasto con il cupo e drammatico Primo concerto per pianoforte (op. 15), questa Serenata (comunque riveduta nel 1875 per la sua attuale forma) rappresentò una fase serena e ricca di slancio creativo per il compositore di Amburgo, poi viennese d’elezione. In cinque movimenti convivono seducenti melodie, atmosfere tenere e una composta leggerezza, che inquadra il lato più intimo di Brahms, quale si potrà vedere -per simili scelte timbriche- anche nel grande Deutsches Requiem. Per l’occasione, dopo il successo del concerto monografico per il 50° anniversario di Šostakovič, torna sul podio areniano il Maestro Dmitri Jurowski, dall’ampio repertorio sia sinfonico che lirico.


Apertura ModenaDanza con la Compagnia Anželika Cholina Dance Theatre in “Anna Karenina”

 

Va in scena venerdì 6 novembre 2026 alle 20.30 in apertura della stagione di danza al Teatro Comunale di Modena Anna Karenina, creato da Anželika Cholina per la sua compagnia. Dopo L’idiota e La dama di picche, la coreografa lituana torna a Modena con uno dei suoi più celebri balletti narrativi, ispirato a uno dei capolavori della letteratura russa.  Fondata nel 2000 a Vilnius, dove risiede, la compagnia A|CH Dance Theatre è oggi una delle principali realtà europee del teatro-danza, con una tradizione nella danza narrativa e la rilettura di grandi opere letterarie. Da oltre trent’anni Anželika Cholina realizza spettacoli di danza, balletti, opere, musical e produzioni teatrali.


Nominata proprio per Anna Karenina nelle categorie ‘Miglior spettacolo di danza contemporanea’ e ‘Miglior coreografia’ alla Golden Mask, il premio teatrale russo più prestigioso, e insignita del Premio Lituano Golden Stage Cross per la coreografia, Cholina pone il suo sguardo femminile sul personaggio di Anna provando a ricercarne la bellezza interiore nell’infelicità della vita familiare. La coreografa, come del resto Tolstoj, non moralizza: scava in profondità nel suo animo, e da artista del terzo millennio supera l’ermeneutica ottocentesca che la vede come eroina peccatrice, vittima del proprio capriccio, per oggettivare i fatti senza classificazioni rigide tra personaggi buoni o cattivi.


In scena sedici danzatori del suo A|CH Dance Theatre, fondato a Vilnius nel 2000, la cui preparazione classica-accademica incontra gli stilemi espressivi della danza contemporanea, un virtuosismo mai fine a se stesso e abilità attoriali. Il libretto scritto dalla stessa Cholina sviscera in due atti i nodi drammaturgici del corposo romanzo: la vita annoiata di Anna accanto al marito Karenin che non ama, l’innamoramento fatale per l’ufficiale Vronsky, l’allontanamento dal figlio amatissimo Seryozha, la condanna del suo comportamento da parte dell’alta società fino all’esito tragico con quel gesto estremo, sotto un treno in una stazione solitaria, che Cholina sceglie di non mostrare.


In una scenografia minimalista firmata da Marijus Jacovskis, costituita da essenziali elementi trasformisti (una lunga panca che funge anche da tavolo, dei lampioni e qualche sedia), la coreografa affida il racconto al ritmo delle danze e alla caratterizzazione dei personaggi attraverso una gestualità mai scontata, su un incisivo collage musicale che affianca pagine di Alfred Schnittke a Gustav Mahler, Andrew Lloyd Webber a Pëtr Il’ič Čajkovskij, troneggiante nella potente scena di ‘teatro nel teatro’ quando un’interprete esegue l’Aria della lettera di Tatiana dall’opera Eugene Onegin. Elegantemente abbigliati con costumi dalle fogge d’epoca (di Juozas Statkevičius), i danzatori dell’ensemble si librano in danze corali e assoli drammatici, in mirabili passi a due. Cholina cattura in oltre due ore di balletto tutta l’infelicità generata da una società che pone le convenzioni sopra ogni cosa, sentimenti e amori compresi.

foto di D.Matvejevas

Matvejevas

MOZART 1791: AL RAVENNA FESTIVAL DAL 13 AL 17 NOVEMBRE LA TRILOGIA D’AUTUNNO È INTERAMENTE DEDICATA A MOZART

 

Ottavio Dantone e Chiara Muti ©Zani-Casadio  


Venerdì 6 novembre, alle 18, la Sala Corelli del Teatro Alighieri ospita la presentazione del nuovo trittico, un incontro (a ingresso gratuito) con Chiara Muti, Ottavio Dantone e Angelo Nicastro, che con questa Trilogia corona il suo percorso come direttore artistico di Ravenna Festival.
“La musica dell’ultimo anno di esistenza – sottolinea Chiara Muti – è pervasa da necessità di sopravvivenza, dolce rassegnazione, maturità compositiva, nostalgia di fanciullezza, e la visione lucida della morte che si avvicina. Mozart sembra presagire da tempo la fine, la sente, la vive e la traduce in suono. Nessuna lapide indica il luogo dove riposano le sue ossa e delle sue spoglie umane nulla è rimasto sulla terra (…) lasciandoci per sempre orfani del suo sembiante, come se lo spirito del mondo volesse dimostrare che qui Mozart è il puro suono, l’immateriale che ci parla dall’aldilà. La trilogia Mozart 1791 è la rara occasione per immergersi, sera dopo sera, in quelle sue note, natura stessa del suo sentire, assaporando con esse l’essenza del genio e dell’uomo.”
“Quando pensiamo a una trilogia musicale, immaginiamo spesso un progetto unitario. Qui siamo invece di fronte a tre opere che non sono state concepite come parti di un disegno comune, eppure si intrecciano quasi magicamente in pochi mesi: il viaggio a Praga per la Clemenza di Tito, il ritorno a Vienna e il lavoro sul Flauto magico, e il Requiem rimasto incompiuto,” commenta Ottavio Dantone. Sul Requiem, che affronta per la prima volta sul podio, Dantone aggiunge: “Delle parti che Mozart completò bastano l’inizio e la fuga che segue il primo numero per comprendere la profondità della sua scrittura. Affronta il repertorio sacro con una padronanza straordinaria della forma e soprattutto del contrappunto”. In questo caso il cast vocale è composto da Silvia Frigato, Margherita Maria Sala, Ilker Arcayürek e Francesco Leone. 


Per La clemenza di Tito sono protagonisti in scena Giovanni Sala nel ruolo di Tito, Mariangela Sicilia in quello di Vitellia, Martina Licari come Servilia; Arianna Vendittelli è Sesto mentre Paola Gardina interpreta Annio e Francesco Leone indossa i panni di Pubblio. La chiave di lettura proposta dalla regia di Chiara Muti tiene conto del contesto di questa commissione al compositore, chiamato a creare una nuova opera seria per l’incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia, per cogliere “quella critica pungente al potere che si cela dietro alla celebrazione ufficiale”. Dopo Ravenna, la produzione parte per un lungo tour, da novembre ad aprile, nei teatri coproduttori di Trento, Piacenza, Ferrara, Parma, Reggio Emilia e Pisa.
In L’ultimo incanto, il personaggio di Tamino/Mozart è interpretato da Ilker Arcayürek e quello di Papageno/Trazom da Louis de Lavignère, mentre Martina Licari è Pamina/Costanza. Maria Sardaryan è la Prima Dama, ma anche Josepha Weber e la Regina della notte; Chiara Nicastro è la Seconda Dama e Sophie Weber; Anna Pennisi è la Terza Dama, Aloysia Weber e Papaghena. Luigi De Donato interpreta Sarastro e il padre e Delphine Galou prende parte alla performance nel ruolo della madre di Mozart. Al cast si uniscono gli attori Marko Bukaqeja e Maya Quattrini, gli allievi dell’Accademia del Musical di Ravenna preparati vocalmente da Elisabetta Agostini e gli allievi della Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”. Alla glassarmonica, strumento ideato da Benjamin Franklin nel 1761, c’è Christa Schönfeldinger, oggi una delle suo più rinomate interpreti, per l’adagio che Mozart scrisse per la virtuosa non vedente Marianne Kirchgässner, che molto ammirava. 
Il team creativo della Trilogia include Alessandro Camera, Tommaso Lagattolla e Vincent Longuemare, che firmano rispettivamente scene, costumi e luci; per L’ultimo incanto, li affiancano il visual designer Matteo Letizi e il sound designer Raffaele Bassetti. 
 
La Trilogia d’Autunno 2026 è realizzata con il sostegno del Comune di Ravenna, della Regione Emilia-Romagna e del Ministero della Cultura e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna; Eni è partner principale di Ravenna Festival.


IUC: 7 NOVEMBRE - Quintetto d'eccezione con ALEXANDER LONQUICH, ILYA GRINGOLTS, ENRICO BRONZI, TOMMASO LONQUICH e IRENA KAVČIČ

 


Istituzione Universitaria dei Concerti
I CONCERTI DELL’AULA MAGNA
82ª Stagione 2026 | 2027
Sabato 7 novembre 2026 ore 17.30 | Aula Magna Sapienza Università di Roma

ALEXANDER LONQUICH pianoforte
ILYA GRINGOLTS violino 
ENRICO BRONZI violoncello 
TOMMASO LONQUICH clarinetto 
IRENA KAVČIČ flauto

Franz Schubert (1797-1828)
Introduzione e variazioni per flauto e pianoforte op. 160 D 802
Johannes Brahms (1833-1897)
Trio in la minore per clarinetto, violoncello e pianoforte op. 114
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Sonata n. 27 in sol maggiore per violino e pianoforte K 379
Arnold Schönberg (1874-1951) / Anton Webern (1883-1945)
Kammersymphonie n. 1 op. 9

Il 7 novembre torna alla IUC il pianista tedesco Alexander Lonquich, questa volta in formazione cameristica d’eccezione insieme a grandi solisti della scena internazionale, il violinista Ilya Gringolts richiestissimo solista nel grande repertorio orchestrale e dedicatario di opere contemporanee, il violoncellista Enrico Bronzi, fondatore del Trio di Parma e professore al Mozarteum di Salisburgo, il clarinettista Tommaso Lonquich, oltre che musicista virtuoso, psicanalista e pedagogista, e la flautista Irena Kavčič, primo flauto dell’Orchestra della Radio Slovena.
Il programma si sviluppa dal duo al quintetto attraverso cinque strumenti: dall’equilibrio classico di Mozart al classicismo di Schubert, dall’intimismo di Brahms fino alla modernità della Kammersymphonie op. 9 di Schönberg nella trascrizione di Webern.


Alexander Lonquich
 (foto di Giulia Sirolli) è nato a Treviri, in Germania. Nel 1977 ha vinto il Primo Premio al Concorso Casagrande: da allora ha tenuto concerti in tutti i principali centri musicali del mondo. Ha collaborato con direttori d'orchestra del calibro di Claudio Abbado, Kurt Sanderling, Ton Koopman, Emmanuel Krivine, Heinz Holliger, Philippe Herreweghe, Marc Minkowski, Sandor Vègh e molti altri. Alexander Lonquich collabora anche con rinomati partner di musica da camera, tra cui Christian Tetzlaff, Nicolas Altstaedt, Vilde Frang, Barnabás Kelemen, Joshua Bell, Heinrich Schiff, Steven Isserlis, Isabelle Faust, Carolin Widmann, Jörg Widmann, Heinz Holliger e Frank Peter Zimmerman, per citare alcuni. Alexander Lonquich ha ricevuto numerosi premi dalla critica italiana e internazionale, tra cui il ‘Diapason d’Or’ e il ‘Premio Abbiati’ come ‘miglior solista’ nel 2016. Nel ruolo di direttore/solista ha collaborato con l'Orchestra da Camera di Mantova, la Mahler Chamber Orchestra, l'Orchestre des Champs Elysées, la Stuttgarter Kammerorchester, la Münchener Kammerorchester, la Camerata Salzburg, la Filarmonica della Scala, la Tapiola Sinfonietta, l'Orchestra Sinfonica Nazionale RAI, l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la Royal Philharmonic Orchestra, la Deutsche Kammerphilharmonie e molti altri. Alexander Lonquich è ospite abituale di festival di fama internazionale, tra cui Lockenhaus, Mozartwoche di Salisburgo, Salzburger Festspiele, Beethovenfest Bonn, Ludwigsburger Schlossfestspielen, Schubertiade e Sommerliche Musiktage Hitzacker in Germania. La sua registrazione del 2018, un doppio CD per l’etichetta Alpha-Outhere intitolato ‘Schubert 1828’ e contenente le Sonate D958, D959 e D960, ha ottenuto un ampio successo di pubblico e critica e, nel febbraio 2019, ha ricevuto il prestigioso “Preis der deutschen Schallplattenkritik”. Nel 2020 è stato pubblicato un doppio CD in collaborazione con Nicolas Altstaedt, contenente l’intero ciclo delle Sonate e le Variazioni per violoncello e pianoforte di Beethoven (Alpha Classics). Dal 2014 Alexander Lonquich è Direttore Principale dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, contribuendo alla formazione di giovani musicisti e all’ampliamento del repertorio dell’ensemble.  Da luglio 2020 è anche Direttore Artistico della Fondazione Scuola di Musica di Fiesole.


Ilya Gringolts
 (foto di Kaupo Kikkas) cattura il pubblico grazie al suo virtuosismo e alle sue sofisticate interpretazioni, ed è sempre alla ricerca di nuove sfide musicali. Richiestissimo come solista, si dedica sia al grande repertorio orchestrale sia a opere contemporanee più particolari. Ha inoltre un grande interesse per la prassi esecutiva filologica. I suoi programmi da concerto includono il virtuoso repertorio barocco di Leclair e Locatelli, ma anche opere solistiche e per orchestra di Paganini e il Concerto per violino di Mendelssohn su strumenti storici. Molti compositori hanno scritto nuove opere per lui, tra cui recentemente Chaya Czernowin, Lotta Wennäkoski, Mirela Ivicevic, Augusta Read Thomas, Beat Furrer e Bernhard Lang. 
Dopo le recenti collaborazioni con orchestre del calibro della Filarmonica di Oslo, l'Orchestra Sinfonica Nazionale Ungherese,  la Rotterdam Philharmonic, la BBC Symphony Orchestra, l'Orchestra Sinfonica di San Paolo e l'Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala, la stagione 2025/26 di Ilya Gringolts include esibizioni con l'Orchestre Philharmonique du Luxembourg, la WDR Sinfonieorchester Koeln, la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, la Yomiuri Nippon Symphony Orchestra , la Düsseldorfer Symphoniker. Durante la stagione 2025/26 Ilya Gringolts sarà “Artista in residenza” presso l'Orchestra di Padova e del Veneto; con la Australian Chamber Orchestra, partner musicale di lunga data intraprenderà una lunga tournée, questa volta con un programma su strumenti storici che include sia composizioni di Vivaldi, Geminiani e Tartini, sia opere di compositori contemporanei come Gubaidulina e Weinberg.
Ilya Gringolts si è esibito con rinomate orchestre quali la Los Angeles Philharmonic, la NHK Symphony Orchestra, l’Orchestra Filarmonica di Israele, la Royal Stockholm Philharmonic, la Finnish Radio Symphony Orchestra, la City of Birmingham Symphony Orchestra e la Mahler Chamber Orchestra. 
Primo violino del Quartetto Gringolts, Ilya Gringolts ha riscosso grande successo al Festival di Salisburgo, al Festival di Lucerna, al Festival di Edimburgo, al Concertgebouw di Amsterdam, alla Philharmonie di Lussemburgo, alla Elbphilharmonie di Amburgo e al Teatro La Fenice di Venezia. Musicista da camera molto apprezzato, collabora regolarmente con artisti del calibro di Nicolas Altstaedt, Alexander Lonquich, Peter Laul, Aleksandar Madzar, Christian Poltera, Lawrence Power.
Nel 1998 ha vinto il prestigioso Concorso violinistico internazionale ‘Premio Paganini’, ed è tutt’ora il più giovane vincitore nella storia della manifestazione. All'inizio della sua carriera è stato anche nominato BBC New Generation Artist. Oltre alla posizione di professore presso l'Università delle Arti di Zurigo, Ilya Gringolts è stato nominato membro della rinomata Accademia Chigiana di Siena nel 2021. È inoltre consulente artistico del Festival Mizmorim in Svizzera. Ilya Gringolts suona un violino Stradivari (1718, “Ex-prové”).


Violoncellista e direttore d’orchestra, Enrico Bronzi è nato a Parma nel 1973. Nel 1990 ha fondato il Trio di Parma, con il quale ha suonato nelle più importanti sale da concerto d’Europa, USA, Sud America ed Australia (Carnegie Hall e Lincoln Center di New York, Filarmonica di Berlino, Konzerthaus di Vienna, Mozarteum di Salisburgo, Filarmonica di Colonia, Herkulessaal di Monaco, Filarmonica di San Pietroburgo, Wigmore Hall e Queen Elizabeth Hall di Londra e Teatro Colon di Buenos Aires). Con tale formazione si è contraddistinto nei Concorsi internazionali di Firenze, Melbourne, Lione e Monaco di Baviera, ricevendo peraltro il Premio Abbiati della critica musicale italiana. 
Dal 2001 ha iniziato un’intensa attività solistica, in seguito alle affermazioni al Concorso Rostropovich di Parigi e alla vittoria nella Paulo Cello Competition di Helsinki, dove ha ricevuto anche il Premio per la migliore esecuzione del Concerto di Dvorák con la Filarmonica di Helsinki. 
Si esibisce regolarmente per numerosi festival, tra cui: Lucerna, Kronberg, Schubertiade Schwarzenberg, Melbourne, Turku, Naantali, Stresa, Ravenna e Lockenhaus. La sua attività l’ha portato a collaborare con artisti del calibro di Martha Argerich, Alexander Lonquich, Gidon Kremer, Angela Hewitt, Wolfram Christ, Joshua Bell, Stefan Milenkovich e complessi quali il Quartetto Hagen, la Kremerata Baltica e il Giardino Armonico. Suona e ha suonato come solista sotto la guida di Claudio Abbado, Christoph Eschenbach, Paavo Berglund, Frans Brüggen, Krzysztof Penderecki, Tan Dun e Reinhard Goebel. 
Ha seguito le lezioni di direzione d’orchestra di Jorma Panula ed è ospite di numerosi complessi, tra cui l’Orchestra Mozart (su invito di Claudio Abbado), la Camerata Salzburg, la Kremerata Baltica, la Tapiola Sinfonietta, l’Orchestra della Toscana, l’Orchestra Filarmonica del Teatro La Fenice, l’Orchestra da Camera di Mantova, l’Orchestra Haydn, l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, l’Orchestra di Padova e del Veneto, i Virtuosi Italiani, la Filarmonica Marchigiana, la Sinfonica della Val d’Aosta e la Sinfonica Abruzzese. 
Dal 2007 è professore all’Universität Mozarteum di Salisburgo.  Enrico Bronzi suona un violoncello Vincenzo Panormo del 1775. 


Irena Kavčič
 (foto di Andrej Grilc) è primo flauto dell’Orchestra della Radio Slovena. Si esibisce come solista e come primo flauto con varie orchestre europee, tra le quali l'Orchestra da Camera di Mantova, l´Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l'Orchestra Leonore, Spira Mirabilis e l'Orchestra del Teatro Olimpico, la Haydn-Philharmonie in Austria, la Aarhus Symphony e la Aalborg Symphony in Danimarca, l'Orchestra da Camera Sony in Spagna, l'Orchestra dell’Ulster nel Regno Unito, e l'Orchestra Filarmonica Slovena. 
Irena Kavčič si è esibita in sale prestigiose, tra le quali il Teatro alla Scala di Milano, il Musikverein di Vienna, l'Auditorio Nacional di Madrid, il Palau de la Musica di Valencia, ed é ospite regolare di importanti festival internazionali quali il Festival di Musica da Camera di Lockenhaus in Austria, l’Encuentro de Musica de Santander in Spagna e i festival Trame Sonore a Mantova e Dino Ciani a Cortina d'Ampezzo.
Dal 2026 Irena Kavčič è membro del rinomato quintetto di fiati Azahar Ensemble. Nel campo della musica da camera ha collaborato con artisti del calibro di Alexander Lonquich, Pekka Kuusisto, Umberto Clerici, Ilya Gringolts, Tommaso Lonquich, Knut Erik Sundquist, Nils Monkemeyer, Anneleen Lenaerts, Claudio Martinez Mehner, Enrico Bronzi ed il Quarteto Zaïde. 
Irena Kavčič, diplomata presso l’Accademia di Musica di Lubiana nella classe di Karolina Šantl-Zupan, ha proseguito gli studi di perfezionamento presso l’Escuela Superior de Música Reina Sofía con Jacques Zoon.
Irena Kavčič attualmente insegna presso l’Accademia di Musica di Lubiana, dove collabora come assistente nella classe di flauto di Karolina Šantl-Zupan.


Musicista, psicanalista e pedagogista, Tommaso Lonquich (foto di Andrej Grilc) è stato acclamato dalla critica come un "clarinettista formidabile" e lodato per la sua "passione, il suono sontuoso, la finezza magica e il virtuosismo abbagliante". È artista della Chamber Music Society del Lincoln Center di New York e ha ricoperto il ruolo di primo clarinetto nell'Ensemble MidtVest, in Danimarca, per tredici anni.
Tommaso Lonquich si è esibito su palcoscenici prestigiosi di cinque continenti presso la Carnegie Hall di New York, la Wigmore Hall di Londra, l’Alice Tully Hall del Lincoln Center di New York, la Suntory Hall di Tokyo, la Salle Pleyel di Parigi, e in importanti festival a Lockenhaus, Oxford, Mecklenburg, Pacific, La Jolla e Bridgehampton. Tommaso Lonquich ha collaborato con Christian Tetzlaff, Ilya Gringolts, Pekka Kuusisto, David Finckel, Wu Han, Nicolas Altstaedt, Ani e Ida Kavafian, Maximilian Hornung, Anneleen Lenaerts, Yura Lee, Gilles Vonsattel, Juho Pohjonen e Radovan Vlatkovic, nonché con i quartetti d'archi Danish, Vertavo, Van Kuijk, Noûs, Indaco e Zaïde.
In Danimarca, Tommaso Lonquich è fondatore e direttore artistico dello Schackenborg Musikfest, uno dei festival più prestigiosi della Scandinavia. In precedenza, è stato direttore artistico del KantorAtelier, un vivace spazio culturale fiorentino dedicato a musica, teatro, arte e psicoanalisi. Particolarmente attivo nel campo dell'improvvisazione, ha tenuto workshop alla Juilliard School e ha collaborato con importanti artisti visivi, ballerini e compagnie teatrali.
Tommaso Lonquich si esibisce regolarmente come solista con orchestre quali la Haydn Philharmonie, l’Orchestra Leonore, l'Orchestra da Camera di Mantova e l'Orchestra della Radio Slovena, collaborando con direttori d'orchestra del calibro di Zubin Mehta, Vladimir Ashkenazy, Fabio Luisi, Adam Fischer, Enrico Onofri e Leonard Slatkin.
Tommaso Lonquich ha pubblicato venticinque CD con le etichette CPO, Music@Menlo, NovAntiqua e Brilliant.  Le sue registrazioni sono state candidate al Gramophone Award e al Preis der Deutschen Schallplattenkritik.
Parallelamente alla carriera artistica, Tommaso Lonquich esercita la professione di psicanalista presso il Centro Internazionale di Psicoanalisi Lacaniana, da lui fondato a Lubiana. È docente di Teoria e Clinica di Psicoanalisi Lacaniana e membro del Comitato Scientifico dell'OMANUT di Roma.
Tommaso Lonquich è un artista Gleichweit, Seggelke, ZAC Ligature e Buffet Crampon e suona clarinetti storici di Soren Green e Seggelke. 


Una voce leggendaria al Festival d’Autunno: Dee Dee Bridgewater, la regina del jazz a Catanzaro

 
Una leggenda del jazz internazionale, con una voce potente e inconfondibile che le è valsa tre Grammy Award, arriva al Festival d’Autunno. Sabato 7 novembre, alle ore 21, al Teatro Politeama “Mario Foglietti” di Catanzaro, Dee Dee Bridgewater sarà in scena con We Exist!, un’esclusiva per la Calabria della XXIII edizione della rassegna ideata e diretta da Antonietta Santacroce e sostenuta dalla Regione Calabria, attraverso il programma Calabria Straordinaria e le risorse PAC 2014/20 – FUNT Eventi culturali di pregio.
Sul palco, accanto a Bridgewater, si esibiranno Alexis Lombre al pianoforte, Evita Polidoro alla batteria e Liany Mateo al basso. Tre musiciste che danno vita con lei a un quartetto interamente femminile, nel quale sensibilità e personalità differenti concorrono a definire il carattere dello spettacolo. Una formazione che riflette anche uno dei temi centrali di We Exist!: il riconoscimento del talento e del ruolo delle donne, dentro e fuori dal mondo della musica.
Dee Dee Bridgewater, il ritorno al Festival dopo vent’anni
Per il Festival d’Autunno, il ritorno di Dee Dee Bridgewater a Catanzaro, a vent’anni dalla sua prima partecipazione con il Malian Project, assume un significato particolare. La cantante è stata scelta per l’immagine ufficiale di questa edizione, dal titolo Musica, visioni e meraviglia: una scelta che rende omaggio a un’artista dalla forte identità musicale, capace di muoversi tra generi e linguaggi diversi, mantenendo sempre una riconoscibile libertà interpretativa.
Il suo percorso artistico racconta una familiarità profonda con la storia del jazz e, allo stesso tempo, una costante apertura verso altri linguaggi. Dopo le prime esperienze professionali con la Thad Jones/Mel Lewis Big Band, Bridgewater ha collaborato con musicisti del calibro di Max Roach, Sonny Rollins, Dexter Gordon e Dizzy Gillespie. Nel corso degli anni ha rinnovato il proprio rapporto con la tradizione jazzistica, reinterpretando grandi classici e rendendo omaggio a figure fondamentali come Ella Fitzgerald e Billie Holiday.
Accanto alla musica ha coltivato anche il teatro musicale: nel 1975 ha conquistato un Tony Award per il ruolo di Glinda in The Wiz. Una carriera che restituisce il profilo di un’artista capace di passare dal jazz al teatro, dal repertorio afroamericano alle contaminazioni, mantenendo una forte identità interpretativa.
A spiegare le ragioni della scelta è la direttrice artistica Antonietta Santacroce: «Il ritorno di Dee Dee Bridgewater al Festival, dopo vent’anni, rappresenta per noi un’occasione speciale. Bridgewater è un’artista capace di rinnovarsi pur rimanendo fedele a se stessa e di dare voce, attraverso il jazz, a esperienze e sensibilità diverse, intrecciando espressione artistica e impegno civile».
La motivazione più profonda del progetto emerge dalle parole della stessa Bridgewater: «Questo progetto vuole affermare il diritto di noi donne a esistere con gli stessi diritti degli uomini, nel mondo artistico così come in ogni ambito della vita. Vederne i risultati sarà solo una questione di tempo».
La motivazione più profonda del progetto emerge dalle parole della stessa Bridgewater: «Questo progetto è un’istanza socio-musicale che vuole affermare il diritto di noi donne di esistere con gli stessi diritti degli uomini, nel mondo artistico così come in ogni ambito della vita. Vederne i risultati sarà solo una questione di tempo».
Il titolo dello spettacolo richiama We Insist!, l’album pubblicato nel 1960 dal batterista jazz Max Roach, con la partecipazione vocale di Abbey Lincoln, sua futura moglie. Un’opera legata alle battaglie per i diritti civili degli afroamericani, nella quale il jazz divenne strumento di protesta e rivendicazione dell’uguaglianza. A distanza di decenni, We Exist! si pone idealmente in dialogo con quella stagione, riprendendone la forza e riportandone le istanze nel presente.
Il legame con quella tradizione si ritrova anche nel repertorio, che comprende brani come Mississippi Goddam, Trying Times e The Danger Zone. Attraverso queste composizioni, il quartetto affronta le contraddizioni della società e il bisogno di cambiamento, muovendosi tra jazz, blues, soul e spoken word. Linguaggi diversi, uniti dalla tradizione della black music, che Bridgewater interpreta con la libertà e la capacità di trasformazione che caratterizzano il suo percorso artistico.
«Il tour nasce dall’urgenza di raccontare ciò che spesso viene taciuto: è una dichiarazione che invita all’ascolto e alla riflessione, creando una connessione diretta e autentica con il pubblico», ha dichiarato la cantante.
Al Teatro Politeama, Dee Dee Bridgewater porterà la propria esperienza di interprete e la capacità di rileggere la tradizione jazzistica con uno sguardo personale, trasformando ogni repertorio in una nuova occasione espressiva. Al suo fianco, tre musiciste con cui dà vita a We Exist!: un quartetto interamente femminile, nel quale la presenza e la personalità di ciascuna diventano parte integrante dell’identità artistica del progetto.


Hommage à Roland Petit: oltre cento fotografie di indimenticabili coreografie

Roland Petit insieme a Carla Fracci e Massimo Murru provano Cheri Stagione1995-1996, 
ph. Lelli e Masotti ©Archivio Fotografico del Teatro alla Scala


Giovedì 5 novembre, alle 19, nel foyer di platea del Teatro Lirico di Cagliari, viene inaugurata la mostra fotografica Hommage à Roland Petit: i rapporti del grande coreografo francese con l’Italia e i suoi Teatri Lirici, che giunge a Cagliari dopo essere stata ospitata presso l’Antica Fornace del Canova a Roma.
La mostra (nata nel 2004 per celebrare gli ottant’anni del Maestro), frutto della ricerca della giornalista e critica di danza Carmela Piccione e dell’indimenticata Paola Leoni, figura di spicco della danza in Sardegna e fondatrice del FIND (Festival Internazionale Nuova Danza), è prodotta da ASMED (Associazione Sarda Musica e Danza). Raccoglie, attraverso un attento percorso monografico, oltre cento fotografie, dedicate ai grandi spettacoli di Roland Petit, presentati nei principali teatri lirici italiani (Teatro dell’Opera di Roma, San Carlo di Napoli, Teatro alla Scala di Milano) e con le étoiles per le quali ha creato ruoli indimenticabili: da Carmen a Esmeralda in Notre Dame de Paris, da Chérie a Coppelia accanto a Le jeune homme et la mort, L’Arlésienne, Duke Ellington Ballet. e alle straordinarie étoiles per le quali il coreografo ha creato ruoli memorabili, come Carla Fracci, Luciana Savignano, Zizi Jeanmaire, Elisabetta Terabust, Alessandra Ferri, Viviana Durante, Eleonora Abbagnato accanto a Jean Babilée, Paolo Bortoluzzi, Laurent Hilaire, Luigi Bonino, Massimo Murru, Alessandro Molin, Giuseppe Picone. Il percorso documenta così una parte importante della storia della danza del Novecento e, in particolare, il profondo rapporto di Roland Petit con l’Italia. Tra le istantanee dei maggiori fotografi di danza presenti al Teatro dell’Opera di Roma (Lelli & Masotti, Corrado Maria Falsini, Luciano Romano, Alessio Buccafusca) anche dediche allo stesso Roland Petit, insuperabile interprete nel ruolo di Coppelius in Coppelia con Luciana Savignano e nell’Angelo Azzurro scaligero. Mostre che celebra altresì le collaborazioni eccellenti tra Roland Petit e grandi maestri del ‘900. Scenografi, costumisti, compositori, stilisti, che hanno scritto pagine indimenticabili della storia del XX secolo nei diversi campi dell’arte e del sapere: Jean Cocteau, Christian Bérard, Lénor Fini, Yves Saint Laurent, Gianni Versace, Franca Squarciapino ed Ezio Frigerio, Antoni Clavé Marius Constant, Gabriel Yared.
L’esposizione viene inaugurata da Cristiana Camba, direttrice artistica del FIND e da Andrea Cigni, sovrintendente del Teatro Lirico di Cagliari.
L’ingresso alla mostra è libero.
La mostra è aperta dal 5 novembre all’11 dicembre 2026 negli orari di apertura della Biglietteria del Teatro Lirico e durante gli spettacoli.

Da Trapani a Milano, il Requiem di Mozart è diventato un ponte tra Nord e Sud

 

Il Requiem in re minore K. 626 di Wolfgang Amadeus Mozart, che il 29 marzo scorso aveva inaugurato la Stagione dell’Ente Luglio Musicale Trapanese nella Cattedrale di San Lorenzo, è approdato a Milano. Nei giorni scorsi è stato eseguito a ingresso libero nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, in corso Italia 37. Tra i presenti, l’assessora alla Cultura del Comune di Trapani, Rosalia d’Alì.
Sul podio è salito Mirco Reina, direttore musicale dell’Ente, alla guida del Coro e dell’Orchestra del MaMu Ensemble. Il coro è stato preparato da Nicola Kitharatzis, che aveva diretto la prima esecuzione. Ha cantato lo stesso quartetto di solisti già applaudito dal pubblico trapanese: Laura Catrani (soprano), Silvia Regazzo (contralto), Luciano Giambra (tenore) e Ugo Guagliardo (basso). All’organo c’era Lucia Zamagna.
Il concerto è stato coprodotto dall’Ente Luglio Musicale Trapanese, Teatro di Tradizione riconosciuto dal Ministero della Cultura, e dall’associazione milanese MaMu Cultura Musicale. È stato il secondo capitolo della collaborazione avviata tra le due realtà nel febbraio 2025.
«Portare a Milano la produzione che ha aperto la nostra Stagione è stato per il Luglio Musicale Trapanese un passaggio di grande valore», hanno dichiarato il consigliere delegato dell’Ente, Pippo De Vincenzi, e il direttore artistico Walter Roccaro. «Farlo tra gli affreschi di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso, una delle chiese più belle della città, accanto a MaMu Cultura Musicale, ha significato dare continuità a un progetto nato insieme e costruito con cura. Nell’anno dei 270 anni dalla nascita di Mozart, il Requiem è diventato un ponte tra due città e due realtà che condividono la stessa idea di musica: un’esperienza da vivere insieme, capace di parlare a tutti. È anche la conferma che un Teatro di Tradizione del Sud sa produrre qualità e portarla nei grandi contesti culturali del Paese».
Laura Ferrari, presidente di MaMu Cultura Musicale, ha sottolineato il valore dell’intesa: «Con questa collaborazione abbiamo delineato una sinergia culturale orientata a unire il Nord e il Sud del Paese attraverso la musica. Organizzare concerti e scambiarsi artisti significa mettere insieme forze e competenze per valorizzare i rispettivi talenti e creare un’offerta culturale accessibile a tutti. Lavorare con un Ente che vanta una storia e una Stagione di riconosciuto rilievo è per la nostra Associazione motivo di soddisfazione e occasione di crescita».
«È stato un momento di grande prestigio, sia per il livello artistico elevatissimo dell’esecuzione sia per il contesto che l’ha accolta», ha dichiarato l’assessora alla Cultura del Comune di Trapani, Rosalia d’Alì, che ha portato a Milano il saluto della città. «Vedere la chiesa gremita per una produzione nata nella nostra Cattedrale è motivo di orgoglio. Il Luglio Musicale Trapanese ha portato il nome di Trapani in una delle capitali culturali del Paese, e lo ha fatto con la qualità che lo contraddistingue da sempre. Iniziative come questa ci ricordano che investire nella cultura significa far conoscere il territorio oltre i suoi confini e costruire relazioni capaci di durare nel tempo».
«Fin dalla prima prova si è creata una grande sintonia musicale con il coro e l’orchestra di MaMu», ha raccontato il direttore Mirco Reina. «Dirigere questo capolavoro in una cornice architettonica stupenda come Santa Maria dei Miracoli presso San Celso è stato per me un privilegio. L’acustica straordinaria ha amplificato ogni nota e, perché no, ogni emozione che scaturisce da questa musica, creando con il numerosissimo pubblico un legame molto
intenso. Ringrazio MaMu Cultura Musicale e l’Ente Luglio Musicale Trapanese per aver reso possibile questo importante evento».
Composta negli ultimi mesi di vita del compositore e rimasta incompiuta alla sua morte, nel 1791, la messa funebre commissionata dal conte von Walsegg ne è considerata il testamento spirituale e artistico. Ancora oggi affascina il pubblico per l’intensità espressiva e per l’intreccio di dramma, speranza e contemplazione.
Foto di ©️Vasco dell’Oro



martedì 3 novembre 2026

ESTASI: Andrea Battistoni dirige l'Orchestra del Regio per l'inaugurazione della Stagione dei Concerti

 

Si apre giovedì 12 novembre 2026, alle ore 20, la Stagione de I Concerti 2026/2027 del Teatro Regio, otto appuntamenti fino al 17 maggio 2027, che vedranno alternarsi l’Orchestra del Teatro Regio — affiancata in un programma dal Coro e dal Coro di voci bianche del Teatro — e la Filarmonica TRT. La proposta dei Concerti approfondisce ulteriormente il dialogo tra la programmazione sinfonica e la Stagione d’Opera, creando intrecci tematici e musicali che attraversano l’intero cartellone.
Il concerto inaugurale, Estasi, vede il Direttore musicale Andrea Battistoni (nella foto a destra) alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio in un programma che accosta Saint-Saëns, Berlioz, Falla e Ravel, tra fascino dell’Oriente, tensione tragica ed ebbrezza della danza. Solista il mezzosoprano Antoinette Dennefeld, voce protagonista della Mort de Cléopâtre di Berlioz.
Il programma dialoga con il tema Fatale della Stagione d’Opera. «Il concerto si appropria di questa dimensione – spiega Battistoni – e fa suo il raccontare, attraverso la musica, di personaggi larger than life, le cui storie evocano emozioni profonde e fuori dal comune. Da qui il legame con la figura della femme fatale, la dark lady che ossessiona il teatro tra fine Ottocento e inizio Novecento: dalla Dalila di Saint-Saëns alla Cleopatra di Berlioz, fino all'astuta moglie del mugnaio nel Sombrero de tres picos, seduttrici attraenti e pericolose, che nascondono sotto l’avvenenza il potere di distruggere chi si lascia incantare. Infine il Boléro, uno dei brani di maggior impatto viscerale della storia della musica, ci riporta alla sua origine di balletto: una gitana sale sul tavolo di una taverna e trascina gli avventori in una spirale di erotismo e scatenamento coreutico».

L’apertura del concerto è affidata alla Bacchanale dal terzo atto di Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns, tra le pagine più note dell’opera e presenza frequente nei programmi sinfonici. Dal canto dolce e ammaliante dell’oboe la musica si trasforma in una danza di seduzione che culmina in esplosione dionisiaca, anticipando di quasi trent’anni la Salome di Strauss. È il ritratto sonoro di Dalila, la pagana che seduce il condottiero d’Israele.
Segue La Mort de Cléopâtre di Hector Berlioz, scena lirica per voce e orchestra su testo di Pierre-Ange Vieillard de Boismartin, che ritrae la regina d’Egitto negli ultimi istanti prima del suicidio.  
A darle voce è Antoinette Dennefeld (nella foto a sinistra), artista di raffinata eleganza vocale, che al Teatro Regio è stata Angelina nelle Cenerentola e Mère Marie de l’Incarnation nei Dialogues des Carmélites. La partitura è prova emblematica di un compositore romantico e ribelle, impegnato a rendere in musica ogni sfumatura del personaggio e del testo.
Nella seconda parte il programma si sposta in Spagna con le tre danze da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario della nascita. Il balletto fu realizzato per i Ballets Russes di Djagilev, in trasferta a Londra, con scene di Picasso e coreografia di Léonide Massine, e attinge ai ritmi del canto popolare iberico e del flamenco. La trama è leggera e la femme fatale diventa maschera da commedia: l’astuta moglie del mugnaio, oggetto delle brame di un tronfio corregidor.
A chiudere il concerto è il Boléro di Maurice Ravel, uno dei brani più popolari del repertorio sinfonico, reso ancor più celebre dal cinema, ricorda Battistoni: «colonna sonora di film e cartoni animati, tra tutti consiglio di rivedere l’italianissimo Allegro non troppo di Bozzetto». Nacque nel 1928 come balletto per Ida Rubinstein – affascinante iconica danzatrice che collaborò con i più grandi artisti del suo tempo da D’Annunzio a Debussy – gitana che, sul tavolo di una taverna, coinvolge i presenti in una danza sempre più travolgente.


GOG: al Carlo Felice il 9 novembre dialogo "inglese" fra arpa, violino e orchestra

 

Arpa solista in dialogo continuo con violino e orchestra, in un flusso spazio-temporale, squisitamente europeo, che si allarga dal Rinascimento inglese al tardo Romanticismo russo, facendo tappa nella Francia napoleonica.
Quattro autori - Georg Friedrich Handel, John Dowland, François-Adrien Boieldieu e Petr Cajkovskij, a incorniciare il ritorno, dopo ben otto anni, del virtuoso arpista Xavier De Maistre (nella foto in alto), che unirà le forze il prossimo lunedì, 9 novembre, al Teatro Carlo Felice, con Festival Strings Lucerne alla direzione del violinista Daniel Dodds.
Cuore geografico della serata sarà l'Inghilterra tra Cinque e Settecento, una "location" scelta dagli interpreti per esplorare le possibilità espressive dell'arpa barocca e classica. A fare la parte del "leone" sarà la musica di Handel: l'arpa di Xavier De Maistre comparirà nella trascrizione arpistico-orchestrale del Concerto per organo op. 4 n. 5 e nel Concerto per arpa op. 4 n. 6, pagine introdotte dalla Sinfonia da Salomone, sempre per la firma del Maestro sassone trapiantato oltremanica. Dall'anima ancora inglese sarà Flow, my Tears di John Downland, una delle canzoni più celebri di tutto il Seicento.
Abbandonata l'isola, il viaggio punterà al Vecchio Continente, prima nella Francia di Napoleone, con le atmosfere settecentesco-operistiche del Concerto per arpa in do maggiore di Boieldieu, e quindi nel grandioso epilogo sinfonico della Serenata per archi in do maggiore di Cajkovskij.  


Festival Strings Lucerne, fondato nel 1956 da Wolfgang Schneiderhan e Rudolf Baumgartner come ensemble d'archi con clavicembalo, è annoverata tra le principali formazioni da camera d'Europa, con un ampio repertorio che, da alcuni anni, viene eseguito rigorosamente senza direttore. Dal 2012 la direzione artistica è affidata a Daniel Dodds.
Nel ruolo di Direttore Artistico della Festival Strings Lucerne, Daniel Dodds (nella foto a destra) coniuga il caldo suono espressivo dell’ensemble con un raffinatissimo senso dello stile e del tempo musicale. Suona lo Stradivari ex Hammerle - ex Baumgartner del 1717, in prestito dalla Fondazione Festival Strings Lucerne.
Xavier De Maistre è uno dei più importanti arpisti della scena internazionale contemporanea. Ha commissionato nuove opere a numerosi compositori e realizzato trascrizioni di importanti pagine del repertorio strumentale. Nel 1998 ha vinto il Primo Premio alla USA International Harp Competition, diventando nello stesso anno il primo musicista francese ammesso ai Wiener Philharmoniker. Dal 2001 insegna alla Hochschule fur Musik und Theater Hamburg. Suona un’arpa Lyon & Healy.
Il concerto sarà introdotto, alle 19:30, nella Sala Paganini, dal Direttore Artistico Pietro Borgonovo.


LA STAR DEL VIOLINO PAVEL ŠPORCL NEL CONCERTO DI JOHN ADAMS PER RAI NUOVAMUSICA

 

Nel corso della sua carriera è riuscito ad avvicinare alla grande musica un pubblico vastissimo, sia attraverso uno show televisivo di grande successo sia grazie al suo stile fuori dagli schemi. Ha venduto più di 250.000 cd, conquistando diversi dischi di platino. Riconosciuto per il suo celebre “violino blu” firmato Jan Špidlen, ha una brillante carriera internazionale nella quale spazia dall’esplorazione filologica del repertorio canonico fino alla musica contemporanea includendo progetti crossover tra pop, rock e musica gitana. È Pavel Šporcl (nella foto in alto), tra i più celebri e carismatici virtuosi della scuola violinistica ceca contemporanea, formatosi sotto la guida di Václav Snítil e Itzhak Perlman, protagonista del primo concerto di Rai NuovaMusica, la consueta rassegna dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai dedicata alla musica contemporanea, distribuita nel corso della Stagione 2026/2027 con quattro concerti sinfonici in serata unica. La prima serata del ciclo è in programma giovedì 5 novembre alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini”, con trasmissione in diretta su Radio3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. 
Sul podio è impegnato Robert Trevino, già Direttore ospite principale dell’Orchestra Rai come anche Direttore musicale dell’Orchestra Nazionale Basca e Consulente artistico dell’Orchestra Sinfonica di Malmö. Dalla stagione 2026/2027 Trevino è Direttore principale della George Enescu Philharmonic. Di origini messicane, è cresciuto a Fort Worth, in Texas, e si è imposto all’attenzione internazionale al Teatro Bol’šoj di Mosca nel 2013, sostituendo Vassily Sinaisky sul podio del Don Carlo di Verdi. Da allora è invitato regolarmente dalle orchestre prestigiose in Europa e America.
Il programma si apre con Ludwigs Zorn
 (Ipervariazione sul Rondò a capriccio op. 129 di Ludwig van Beethoven) per grande orchestra di Stefano Pierini (1971 - nella foto a destra), che descrive così il brano: «L’immagine di un enorme carillon che, a partire da una esposizione più fedele del testo originale mano amano si allontana, deraglia, delira e alla fine si inceppa definitivamente, è quella che mi ha guidato nella concezione del lavoro. La composizione è nata nel contesto delle celebrazioni del 250° anniversario beethoveniano del 2020, per le quali l’Orchestra della Rai me l’ha commissionata. Viene riproposta ora all’approssimarsi di una nuova ricorrenza: i 200 anni della morte di Beethoven nel 2027».
Segue uno dei brani più celebri del grande compositore statunitense John Adams (1947 - nella foto a sinistra): il suo Concerto per violino composto nel 1993, che ha vinto il prestigioso Premio Grawemeyer nel 1995. È stato commissionato congiuntamente da tre grandi orchestre – Minnesota Orchestra, London Symphony Orchestra e San Francisco Symphony – per la violinista Jorja Fleezanis. L’opera è celebre per il virtuosismo ininterrotto che richiede al solista, culminando nella suggestiva Chaconne centrale e nel frenetico movimento finale Toccare. A interpretarlo in veste di solista è chiamato Pavel Šporcl, che sarà protagonista – come violinista e concertatore – anche del concerto della stagione da camera dell’Orchestra Rai in programma domenica 8 novembre alle 10.30, sempre all’Auditorium Rai di Torino. 
Nella seconda parte della serata è in programma la prima esecuzione italiana di Hondar per orchestra del compositore franco-spagnolo Ramon Lazkano (1968 - nella foto a destra), scritto nel 2016 su commissione del Festival Printemps des Arts di Monte Carlo. Hondar in lingua basca significa sia “sabbia” sia “resti”. Così lo descrive il compositore: «È un frammento d’orchestra che riscrive, come tentativo di tangibilità, la proiezione di un suono sognato, quindi immerso ed incapsulato. Alla fine, di Hondar rimane la contemplazione di un rumore di fondo che culla e consola».
La serata si conclude con un altro brano di John Adams: il travolgente Short Ride in a Fast Machine per orchestra, composto nel 1986 e considerato uno dei capolavori assoluti della musica minimalista americana. Fu commissionato dal direttore d’orchestra Edo de Waart per la Great Mountain Music Festival Society e scritto specificamente per essere eseguito dalla Pittsburgh Symphony Orchestra.

Doppio debutto per il finale di Stagione Filarmonica della Scala: il finlandese Santtu-Matias Rouvali e la violinista sudcoreana Bomsori

 

La stagione di concerti 2026 della Filarmonica della Scala si chiude lunedì 9 novembre alle ore 20 al Teatro alla Scala con il concerto diretto da Santtu-Matias Rouvali (nella foto in alto, di Marco Borggreve), che per il suo debutto sceglie la Sinfonia n. 1 in mi minore op. 39 di Jean Sibelius. Per la prima volta al Piermarini anche la violinista sudcoreana Bomsori, interprete del Concerto n. 2 in re minore per violino e orchestra op. 22 di Henryk Wieniawski.
«La prima sinfonia è sempre la più emozionante perché Sibelius aveva trent’anni e aveva voglia di provare un po’ tutto. Non viene eseguita spesso, ma è piena di immaginazione», racconta Santtu-Matias Rouvali, tra i più richiesti direttori della nuova generazione, Direttore Principale della Philharmonia Orchestra di Londra e Direttore Emerito della Tampere Philharmonic Orchestra. Dopo otto anni alla guida della Gothenburg Symphony Orchestra, con cui ha realizzato un apprezzato ciclo discografico dedicato proprio a Sibelius per Alpha Classics, Rouvali è regolarmente ospite delle maggiori compagini internazionali, dalla New York Philharmonic alla Cleveland Orchestra, dal Concertgebouw di Amsterdam al Gewandhaus di Lipsia. Alla cura interpretativa affianca una particolare attenzione al rapporto umano con i musicisti: «Bisogna diventare degli psicologi, tutto ha a che fare con il carattere», ha dichiarato in occasione della sua nomina alla guida della Philharmonia.
Bomsori (nella foto a sinistra), tra le più entusiasmanti violiniste di oggi e prima sudcoreana a firmare un accordo in esclusiva con Deutsche Grammophon, affronta il raro Concerto n. 2 di Henryk Wieniawski, composto nel 1862 ed eseguito per la prima volta a San Pietroburgo il 27 novembre dello stesso anno. Pagina tra le più significative del repertorio romantico per violino, il Concerto unisce virtuosismo e intensità lirica. Come osserva Alessandro Zignani nelle note di sala «un sottile legame unisce il Concerto di Wieniawski alla Prima Sinfonia di Sibelius: in entrambe le opere il ritorno e la trasformazione dei temi danno vita a una concezione ciclica della forma, espressione dell’ideale romantico di una natura in perpetua rigenerazione. Nel Concerto, in particolare, la grande melodia lirica del primo movimento riaffiora nel Finale, mentre il virtuosismo del violino, tra colpi d’arco e passaggi di grande brillantezza, si fa veicolo di un’espressività che va oltre la pura esibizione tecnica».
Vincitrice di numerosi riconoscimenti nei più prestigiosi concorsi internazionali, tra cui il Čajkovskij, il Queen Elisabeth, il Sibelius e lo stesso Wieniawski, Bomsori si esibisce regolarmente con orchestre come la New York Philharmonic, la Los Angeles Philharmonic e la Philharmonia Orchestra.

lunedì 2 novembre 2026

Tosca di Poda, il Regio di Torino protagonista in Kazakistan

 

Il capolavoro di Giacomo Puccini, Tosca, nella visionaria lettura di Stefano Poda, ha debuttato il 30 e 31 ottobre sul palcoscenico dell’Abay Kazakh National Opera and Ballet Theatre di Almaty, portando in Kazakistan uno degli allestimenti più significativi della recente produzione del Teatro Regio di Torino. Lo spettacolo, nato dalla coproduzione tra i due teatri e presentato per la prima volta a Torino lo scorso giugno, ha segnato un importante successo artistico e un nuovo capitolo nella collaborazione culturale tra Italia e Kazakistan.
 

A rendere possibile il progetto è stata la stretta sinergia tra l’Ambasciata d’Italia in Kazakistan e l’Istituto Italiano di Cultura di Almaty, diretto da Edoardo Crisafulli, che hanno sostenuto e accompagnato la collaborazione fin dalle sue prime fasi, svolgendo un ruolo decisivo nel coordinamento e nella realizzazione dell’iniziativa. La produzione rappresenta un passaggio significativo nel percorso di apertura internazionale del Teatro Abay, fondato nel 1934 e punto di riferimento storico della tradizione lirica kazaka, che individua nell’Italia un interlocutore privilegiato per lo sviluppo di nuove progettualità artistiche. Una collaborazione che supera i confini del singolo spettacolo e pone le basi per un rapporto strutturato tra le due istituzioni, con prospettive di scambio e crescita capaci di estendersi all’intera area dell’Asia centrale.
 

Stefano Poda, autore di regia, scene, costumi, luci e coreografia, concepisce Tosca come una grande installazione contemporanea, in cui la monumentalità della Roma storica dialoga con le nuove tecnologie, dando vita a una riflessione universale sul potere, sulla libertà e sulla dignità umana. La coproduzione conferma il profondo legame artistico tra Stefano Poda e il Teatro Regio, sul cui palcoscenico il regista ha realizzato alcune delle creazioni più importanti del proprio percorso internazionale: da Thaïs (2008) a Leggenda (2011), da Faust (2015) a Turandot (2018), fino a La Juive di Halévy, insignita del Premio Abbiati 2023. Un sodalizio che ha contribuito ad arricchire il percorso artistico del Teatro Regio e che, con Tosca, trova una nuova dimensione internazionale.
 

«Con questa Tosca – dichiara Antonello De Riu, Ambasciatore d’Italia in Kazakistan (al centro nella foto) – abbiamo voluto dimostrare che la cultura italiana non è soltanto un patrimonio straordinario da custodire, ma una realtà viva, contemporanea, capace di innovare e di dialogare con il futuro. L’incontro tra il Teatro Regio di Torino e il Teatro Abay è il risultato di un percorso che l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura di Almaty hanno costruito con convinzione, nella consapevolezza che la diplomazia culturale può generare opportunità concrete di collaborazione, scambio di competenze e crescita professionale. Questo progetto rappresenta un ulteriore passo  nel promuovere iniziative artistiche originali e di respiro internazionale, capaci di rafforzare i legami tra i nostri Paesi e, insieme, di contribuire allo sviluppo del patrimonio di conoscenze e delle professionalità locali. La grande tradizione lirica italiana incontra così quella kazaka, dando vita non soltanto a uno spettacolo, ma a nuove prospettive di collaborazione».
 

«Siamo particolarmente felici che questa produzione di Tosca abbia incontrato il pubblico di Almaty – dichiara Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro Regio (nella foto) – perché rappresenta in modo esemplare due aspetti fondamentali della nostra identità: la volontà di sostenere progetti artistici di grande originalità e l’impegno a costruire relazioni internazionali solide, fondate sulla condivisione di visioni e competenze. Il rapporto con Stefano Poda è parte della storia recente del Teatro Regio: sul nostro palcoscenico ha dato vita ad alcuni dei suoi spettacoli più importanti, culminati nel riconoscimento del Premio Abbiati per La Juive. Siamo orgogliosi che questa nuova creazione possa vivere anche attraverso l’incontro con un’altra grande istituzione lirica. La collaborazione con il Teatro Abay, resa possibile grazie al prezioso impegno dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Almaty, è per noi un investimento nel futuro: desideriamo che questo primo importante progetto sia l’inizio di un dialogo continuativo, capace di favorire la circolazione delle idee, degli artisti e delle competenze e di creare nuove occasioni di crescita reciproca».
 

L’iniziativa si inserisce in una più ampia strategia di diplomazia culturale promossa dall’Ambasciata d’Italia in Kazakistan, che negli ultimi anni ha scelto di valorizzare la creatività contemporanea italiana attraverso progetti capaci di coniugare eccellenza artistica, innovazione e collaborazione con le istituzioni locali. In questa prospettiva, il teatro d’opera diventa non soltanto un luogo di incontro tra tradizioni culturali, ma anche uno spazio di formazione, confronto professionale e trasferimento di conoscenze. Il successo delle due rappresentazioni di Almaty testimonia la vitalità dell’opera italiana e la sua capacità di rinnovarsi nel dialogo con culture e pubblici diversi, aprendo nuove possibilità di cooperazione artistica e istituzionale tra Italia e Kazakistan.